Il 15 luglio, a Palazzo Vidoni, è stato sottoscritto l’accordo per il rinnovo del contratto del Comparto Sicurezza e Difesa relativo al triennio 2025-2027, che interessa circa 430mila donne e uomini delle Forze di Polizia e delle Forze Armate. I punti fondamentali dell’intesa: incrementi stipendiali a partire da circa 100 euro netti mensili per le qualifiche iniziali dal 1° gennaio 2027, con importi crescenti per i gradi superiori, e arretrati per le annualità 2025 e 2026. Un rinnovo che ha diviso il fronte sindacale militare, vedendo alcune sigle firmare e altre no. Tra i firmatari c’è il SIM Carabinieri e per questo abbiamo deciso di affrontare il tema con il Presidente del SIM Carabinieri, il sindacato attualmente più rappresentativo con circa 19.000 iscritti.
Presidente Bonadonna, perché il SIM Carabinieri ha scelto di firmare?
«La firma del nostro Segretario Generale Serpi è stata guidata da un profondo senso di responsabilità e dal pragmatismo che da sempre ci contraddistingue. Non nasce dall’idea che questo sia il “contratto perfetto”, ma dalla consapevolezza che si tratti di un passo avanti necessario e tangibile. Consolidare un risultato oggi significa costruire la base di partenza per ottenere nuove tutele domani. Governare il cambiamento dall’interno è la nostra strategia per dare certezze immediate alle famiglie dei nostri colleghi».
Molte sigle sindacali del comparto hanno però deciso di non sottoscrivere l’accordo. Come giudica questa scelta?
«Con rispetto assoluto. La dialettica sindacale non è divisione, ma ricchezza di prospettive. Le sigle che hanno scelto la via del non-allineamento lo hanno fatto, con altrettanta coerenza, per porre l’accento su criticità reali che ancora persistono. Non firmare non significa sottrarsi al dovere, ma richiamare l’attenzione, con forza ancora maggiore, sulle risorse ancora insufficienti e sulle riforme strutturali che il comparto attende da anni. La loro fermezza è uno stimolo per tutti noi e per la stessa controparte pubblica: ci ricorda che la strada per il pieno riconoscimento della specificità del nostro ruolo è ancora lunga. C’è chi ha scelto la responsabilità del fare e chi la testimonianza e la massima tutela teorica, ma l’obiettivo finale resta identico: il benessere, la sicurezza e la dignità professionale di chi serve il Paese».
Uno dei nodi centrali della trattativa è stata la previdenza. Qual è il bilancio su questo fronte?
«Su questo dobbiamo essere onesti e riconoscenti: va sicuramente ringraziato questo Governo e tutti i Ministri che hanno compreso ed ascoltato in primis il SIM Carabinieri e le altre sigle, sulla ineludibile necessità di avere dopo oltre trent’anni un tavolo dedicato alla previdenza, una vecchia e lunga battaglia mia e del Segretario Generale che finalmente viene accolta. È una direttrice fondamentale, che tutti i militari aspettavano. Le giovani generazioni in divisa sono interamente nel sistema contributivo e non possono più permettersi di guardare al proprio futuro pensionistico come a un tema rinviabile. Il tavolo previdenziale aperto dal Governo è un fatto politico e storico rilevante, e vigileremo affinché produca risultati concreti».
Le risorse stanziate sono sufficienti?
«Le risorse stanziate sicuramente non sono la soluzione a tutti i problemi economici che oggi il mondo militare, e chi vi appartiene, affronta. Ma alla strada aperta, anche velocemente, dal Governo occorre affiancarne una interna alle amministrazioni. E questa strada passa da regole più certe, più sicure e condivise: penso, per esempio, alla certezza nella concessione delle licenze, alle tempistiche nei trasferimenti, alla tutela della disabilità familiare, a una campagna alloggiativa concreta che veda anche l’acquisizione di beni confiscati alle mafie, alla possibilità di firmare protocolli d’intesa con enti pubblici e privati per agevolare i trasferimenti dei coniugi dei militari trasferiti per servizio. In sostanza, un welfare interno che vada a incidere, ad aiutare economicamente il personale militare e a integrare quella parte che oggi non è possibile coprire con le sole risorse economiche stanziate dal contratto».
Vuole fare un appello alle amministrazioni militari?
«Sì, ed è un invito che rivolgiamo alle amministrazioni militari per il tramite del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Luciano Portolano che si è sempre dimostrato disponibile all’ascolto: implementare, con le forme che si riterranno più opportune e incisive, una vera cultura previdenziale sin dall’arruolamento del personale. Se da un lato il Governo ha aperto la strada con il tavolo dedicato, dall’altro le amministrazioni già “in situ” possono contribuire motu proprio all’avviare e diffondere questa cultura. Non possiamo permetterci di avere giovani militari, o militari più anziani, privi degli strumenti culturali per capire esattamente che cos’è la previdenza e a che cosa andranno incontro con la loro pensione. Formazione, informazione, consapevolezza: devono entrare nei percorsi di ogni militare fin dal primo giorno di servizio. Il SIM Carabinieri continuerà a vigilare sull’applicazione di questo contratto e a dialogare con tutte le forze sindacali. Solo uniti, pur nelle nostre differenti sfumature strategiche, potremo affrontare le sfide future».
