La paura è tra le cose più umane che esistono. Non c’è vita che prima o poi non debba fare i conti con lei. Eppure continuiamo a coltivare un sogno menzognero: vivere la propria vita cancellando le paure. È una fantasia di onnipotenza travestita da saggezza. La verità però è che l’unica cosa che possiamo fare non è debellarle, ma semplicemente non lasciare che esse determinino le nostre decisioni, che ci condizionino fino al punto da toglierci la libertà. La paura è come un ginocchio che ti fa male ma che non deve impedirti di camminare. È un dolore sordo che a volte può paralizzare tutta la nostra vita. E la più grande lotta della vita interiore è impedire che questo accada. Non si tratta di diventare invulnerabili, ma di restare capaci di movimento. La differenza tra una persona libera e una persona bloccata non è la quantità di paura che prova: è che la prima cammina zoppicando e la seconda si siede.
C’è però una sorta di strada che il cristianesimo insegna rispetto proprio alla paura. Non è una strada di vita e di disciplina interiore che ti permette di prendere consapevolezza, di analizzare, e quindi di tenere a bada le paure.
Non è un lavoro intellettuale, ma è un frutto relazionale. Le persone amate solitamente hanno più forza davanti alle loro paure. Quando manca l’amore ogni paura diventa un mostro. Per questo la fede cristiana è tutta concentrata sul legame non sull’idea di Dio. «Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (1Gv 4,18). Non a caso la prima paura di cui parla la Bibbia nasce esattamente nel momento in cui una relazione si incrina. Adamo, dopo la disobbedienza, risponde a Dio che lo cerca: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3,10).
Prima di quel momento era nudo esattamente come dopo, ma non se ne vergognava. Quello che è cambiato non è il corpo, è il legame. La paura entra nel mondo come effetto collaterale di una relazione ferita. Allora l’atto di fede non serve a placare le tempeste, ma a non affondare dentro di esse. L’atto di fede è fidarsi di una relazione fino al punto da poter camminare, come dice il Salmo, sopra ciò che minaccia di ucciderci: «Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli
e draghi» (Sal 91,13). C’è però una grande differenza tra la paura e il timore. La Bibbia specifica bene questa distinzione. La paura nasce sempre come un frutto di morte in noi. Il timore invece nasce in una relazione di bene, cioè è il dispiacere di rovinare ciò che viene retto da una relazione. Per questo di Dio non bisogna avere paura ma timore. Il libro dei Proverbi dice che «principio della sapienza è il timore del Signore, e conoscere il Santo è intelligenza» (Pr 9,10). Quando Giovanni scrive che l’amore scaccia il timore non contraddice i Proverbi: parla di quel timore che «suppone un castigo», cioè della paura di chi sta davanti a un giudice, non della delicatezza di chi sta davanti a qualcuno che ama. È un po’ come avere in braccio un bambino. Il timore è la preoccupazione di non fargli male. Nessuno ha paura di un neonato, eppure chi lo tiene in braccio trattiene il respiro. Non è l’apnea del terrore, ma è attenzione che rende precisi e delicati i gesti. La verità però è che abbiamo molte paure e abbiamo dimenticato il vero timore.
