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Allora chiediamo anche la patente di anticomunismo

Che senso ha? Una fiera vende libri, non rilascia patenti morali

Allora chiediamo anche la patente di anticomunismo
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C' è una fiera che si chiama, senza ironia, "Più libri più liberi". Aprirà a Roma il 4 dicembre, e per onorare fino in fondo la seconda metà del nome l'organizzazione (l'Associazione italiana editori) ha pensato bene di far firmare agli espositori un modulo in cui si dichiarano antifascisti. Più liberi, appunto: liberi di firmare o di starsene a casa. Che senso ha? Una fiera vende libri, non rilascia patenti morali. Non è una sentinella a guardia della Costituzione che, tra l'altro, prevede la libertà d'espressione. Non è un soviet che vaglia l'affidabilità ideologica prima di consegnare la tessera. Eppure, eccoli lì, piccoli e medi editori, insieme con l'Aie, ad attestare la conformità politica di colleghi che vorrebbero soltanto esporre i libri del proprio catalogo. Libri legalmente (ripetiamo: legalmente) pubblicati. Il fascismo è morto da ottant'anni. Continuare a chiederne l'abiura per iscritto non è vigilanza democratica, è liturgia: un rito che serve a chi lo officia per sentirsi dalla parte giusta, a costo zero e a rischio zero, visto che di fascisti in coda per uno stand non ce ne sono. E poi c'è il dettaglio che nessuno osa nominare. Sappiamo tutti benissimo che il successo della propaganda comunista è stato far credere agli italiani che l'antifascismo coincidesse appunto con il solo comunismo, e pazienza per gli oppositori monarchici, militari, cattolici, liberali, anarchici. Dichiararsi antifascisti, soprattutto in Italia, non garantisce affatto l'adesione al modello democratico e liberale. Per entrare in questa famiglia, è indispensabile essere sia antifascisti sia anticomunisti. Il totalitarismo che ha riempito i gulag e murato mezza Europa dietro il filo spinato non gode però dello stesso trattamento: quello non si abiura, quello si ricorda con nostalgica tenerezza, magari sotto una maglietta col faccione visionario di Che Guevara. Avanziamo allora una proposta nello spirito della manifestazione. Accanto al modulo antifascista se ne distribuisca un secondo: dichiaro di non essere comunista, di non aver mai giustificato Stalin, Mao, Pol Pot e affini; ammetto che il comunismo italiano ha rinunciato alla rivoluzione su ordine diretto di Mosca; sono consapevole che il Pci sia stato foraggiato dall'Unione sovietica; riconosco che il Pci ha combattuto alcune tra le più spregevoli battaglie di censura culturale, dal Dottor Zivago alla Biennale del dissenso. Di tutto di più: più libri, più liberi, più moduli. La coerenza vorrebbe questo. C'è solo un piccolo problema.

A quel punto la fiera si svuoterebbe: resterebbero un paio di stand (forse tre) in mezzo a un capannone deserto. Perché in Italia l'antifascismo non costa nulla, mentre l'anticomunismo ti fa perdere gli inviti e le recensioni.

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