“Chi vince festeggia, chi perde spiega”. La frase è di Julio Velasco ed è venuta in mente dopo la finale persa con la Turchia agli Europei di volley vista davanti alla Tv con un gruppo di tifosi. Anzi, per la verità, vinta. dalle turche.
È il paradosso dello sport, e forse della vita: il secondo posto è un podio, alle Olimpiadi siamo pronti a sventolare il bandierone per una medaglia d’argento, ma per il resto nella testa di noi sportivi da salotto è quasi una sconfitta doppia. Va bene che gli atleti la pensino diversamente, il loro punto di vista è giustificato: “Arrivare secondo significa soltanto essere il primo degli sconfitti”, dicevano Ayrton Senna e Kobe Bryant, ed era lo stesso mantra di Enzo Ferrari, per dire. Noi, invece, dovremmo essere più comprensivi, eppure sfoghiamo la nostra voglia di primeggiare in tutti su chi fa degli sforzi per farlo che noi non saremmo disposti a sopportare.
E poi non è vero, come diceva la filosofa Lucy dei Peanuts, che “Nessuno ricorda chi è arrivato secondo”. Per esempio c’è Raymond Poulidor, uno dei più amati ciclisti della storia, che non ha mai vinto il Tour de France: l’”eterno secondo”, che in realtà lo è stato solo 3 volte su 18 partecipazioni e che in carriera ha vinto pure una Milano-Sanremo. Tutti lo ricordano come un campione e lui aveva capito il perché: “Forse a certa gente sto simpatico perché sono uno come loro”. Eterni secondi di solito, ma tutto sommato felici lo stesso. Solo che, chissà perché, ci siamo dimenticati di esserlo.
