Prendo spunto dalla corsa che fu di Ribot e Grundy per tornare a scrivere, in questa torrida estate dove i cavalli soffrono la calura al pari o forse più di noi umani.
Sabato 26 luglio ad Ascot è in programma la corsa delle corse del Regno Unito, la “King George VI and Queen Elisabeth stakes”, una super competizione per cavalli di tre anni ed oltre sulla distanza classica e regina dei 2.400 metri che per moltissimi anni è stata considerata la corsa più importante al mondo al pari del “Prix de l’Arc de Triomphe”.
Nell’ultimo quinquennio la corsa inglese si è distinta tra le prime nella classifica mondiale: nel 2021 arrivò 3ª, nel 2022 11ª; nel 2023, 2024, 2025 4ª e sempre con un rating al di sopra dei 122 punti, a conferma che chi vince questa gara è un campione vero o una super campionessa.
La prima edizione si tenne nel 1951 e a vincerla fu Supreme Court. Nell’albo d’oro si leggono solo nomi di campioni a dimostrazione di quanto fosse ambita e tutt’ora lo sia questa competizione: 2400 metri di pura stamina a sancire la forza del purosangue in una delle piste di galoppo più selettive al mondo, dove se non si è al massimo della forma si rischia di rovinare per sempre la mente ed il fisico di chi corre.
In questo contesto l’Italia degli anni d’oro si è imposta con due super leggendari, Ribot nel 1956 e Grundy nel 1975; quest’ultimo con Bustino diede vita alla “corsa del secolo”, un testa a testa negli ultimi 400 metri risolto dal cavallo italiano per un’incollatura. Adrenalina pura per tutti i presenti e per tutti coloro che videro la corsa in tv.
Gli ultimi cinque vincitori sono stati: Adayar, Pylerdriver, Hukum, Goliath e Calandagan (foto di copertina) con quest’ultimo che corre per uno storico bis riuscito solamente a cavalli del calibro di Dahlia (1973-74), Swain (1997-98) ed Enable (2017, 2019-20) (1+2).
Il sabato di Ascot scandisce e ribadisce puntualmente, ormai da oltre 60 anni, la maestosità del galoppo anglosassone. Noi italiani, invece, a che punto siamo?
Avremmo potuto essere lì vicino, invece possiamo solo guardare, ammirare e non toccare. A tal proposito non smetterò mai di scrivere che per rimanere a certi livelli occorrono adeguati investimenti ma in special modo la volontà di esserci. Chi ha governato l’Italia dopo Giulio Andreotti ha badato bene a “vincere facile” investendo sulla rendita sicura e non sulla genialità, il lavoro e la fatica. Il risultato di questa scelta è che tutto è precipitato a favore del “gioco elettronico” e dei “gratta e vinci”, giochi controllabili alla fonte e con utili certi e stratosferici, redistribuiti in un bilancio dello Stato dove c’è la necessità e senza alcun criterio giuridico e contabile, ancorché l’economia insegni all’imprenditore che la gestione caratteristica che genera profitti debba essere premiata ed alimentata dagli stessi profitti (per i meno preparati in materia tutto ciò ha il seguente significato: la scommessa ritorni alla scommessa per generare ulteriore scommessa e profitto). Non è un caso se gli sport nazionali come calcio e corse dei cavalli sono ai minimi storici, con il calcio che non è in coma al pari dell’ippica, solo e soltanto perché è rimasto la pastasciutta per chi non ha altro da mangiare.
Nel calcio di recente vi è stato un cambio della guardia e si spera nella resurrezione. Ma se il sistema Calcio qualche uomo nuovo lo ha inserito, il galoppo italiano continua con la vecchia guardia senza alcuna novità e con poche speranze.
Storicamente gli ippodromi di galoppo hanno garantito ricchezza e lavoro ed allora qualcuno ebbe l’idea di aprirne di nuovi per rilanciare un sistema ma senza un criterio valido e senza una copertura finanziaria adeguata. Il risultato è che nella lista del Masaf ne risultano 40, uno sproposito per la nostra Nazione. Questa grande espansione cosa ha prodotto? Un’implosione del sistema che è iniziata con la chiusura dell’impianto storico di Torino e quest’anno con l’ippodromo di Capanelle, chiuso a tempo indeterminato, perché non c’è alcuna garanzia che il 4 settembre si riparta, per non parlare di quanto sia successo prima a Napoli e poi a Varese.
Arrivando alle ultime novità inserite dal Masaf per rigenerare il comparto possiamo registrare che il palinsesto di “EquTv” al pari del sito “La grande ippica italiana” (canali istituzionali del Masaf) non attraggono molto e conseguentemente i canali social non producono l’effetto moltiplicatore sperato. Per quanto riguarda gli ippodromi, il numero degli spettatori è sempre meno (unica eccezione Pisa), gli spazi promozionali sui grandi network per far conoscere il comparto sono scarsi o inesistenti, le nascite dei puledri sono ai minimi termini e i campioni ormai sono una chimera. Sulla scommessa le voci si rincorrono ma l’attrattività è pari allo zero e non capisco perché in tutti gli angoli del mondo ci siano le “slot machine” ma non i corner per giocare un euro sulle corse dei cavalli.
Dal punto di vista tecnico l’introduzione degli handicap per fascia non ha migliorato lo spettacolo e il discarico a favore dell’allievo ha prodotto un risultato effimero: aspettiamo con ansia di vedere come gli allievi si comporteranno senza l’aiuto dello Stato. Si continua a dire “che ormai il peggio è passato”, la stessa musica che suonava l’orchestra del Titanic dopo l’urto con l’iceberg, e che fine ha fatto il famoso transatlantico lo sanno tutti.
Non mi stancherò mai di ripetere che l’unica onorevole soluzione è che lo Stato si faccia da parte e sia solamente un organo di controllo, perché se gli “ippici o alcuni ippici” hanno fatto danni, è solo e soltanto perché il controllo è mancato. Prenderne il posto, con la sola presunzione di essere più bravo non è la miglior soluzione. Ormai è chiaro che il Ministero non ha la forza per cambiare rotta, perché non bastano gli spot sui canali istituzionali o le feste organizzate, occorre molto altro.
In attesa dell’avvento di uomini e donne di buona volontà che sappiano invertire la rotta e del ritorno dell’autunno con le riaperture di Milano, Pisa e forse Roma noi appassionati ci lustreremo gli occhi con le kermesse internazionali e l’ippodromo Maia di Merano (un fiore all’occhiello nel deserto dei tartari). Poi seguiremo con la stessa passione Livorno, Tagliacozzo, Corridonia e Chilivani...
Azzardo un pronostico: se si continua con questa musica nel 2035 il galoppo in Italia sarà estinto e forse anche il trotto. Ma con tutto il cuore spero di poter essere smentito.
