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Palio di Siena senza tempo: vince il Nicchio con Tittia, il “Leo Messi” dei fantini

Dopo i rinvii per il maltempo, Piazza del Campo torna a correre. Tra sorte, contrade e tradizione, Siena celebra un rito antico che continua a parlare al presente

Jockey Giovanni Atzeni, nicknamed 'Tittia' and his horse Anda e Bola of Contrade Nicchio during the blessing of the historical Italian horse race Palio di Siena, in Siena, Italy, 18 August 2026. ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI

Siena è un prezioso controsenso. È una città che con il Palio ha la forza di fermare il tempo, non il maltempo però, visti gli ultimi rinvii. Ma lo fa nel modo più affascinante e difficile: correndo.

Siena è un luogo dove arte e tradizione riescono ad addomesticare il presente, domando il futuro. Siena è il mossiere sul verrocchio del tempo che due volte l’anno, otto giorni in tutto, ci ricorda che si può vivere un presente di algoritmi, auto elettriche, intelligenze artificiali rimanendo ancorati a un passato che più lo si rispetta e onora e più sorprende per quanto sia attuale. I giovani di Siena lo sanno bene. Telefonino in tasca come i ragazzi del mondo e contrada nel cuore come solo loro. In questi giorni, e prima e durante e dopo, storia e tradizione si trasformano in un social salutare e fisico che unisce le generazioni. Saranno questi giovani i prossimi priori e capitani. È il tempo che si ferma e muove il futuro.

È il miracolo del Palio che non è una corsa di cavalli che si perpetua nei secoli ma una metafora di vita in cui è sempre e solo la sorte a guidare il presente, a metterlo in discesa o in salita o su un mesto piano senza alti né bassi.

Se non sei senese, per otto giorni lo diventi e per i restanti 357 attendi di esserlo di nuovo. O almeno lo speri. Anche questo lo stabilisce la sorte. Lei decide quali saranno le dieci Contrade a contendersi il Palio fra le 17, lei decide quali saranno le sette ammesse di diritto, quali le tre estratte per completare la decina che scenderà qui in Piazza del Campo. La sorte decide se il meteo lascerà correre o no, come a inizio luglio, come in questi giorni. E la sorte sceglie i cavalli, lo fa con cura. Si inizia dalla tratta, con i 35 destrieri e le batterie e i capitani delle contrade che selezioneranno i dieci per il Palio. Ancora la sorte regina: lei e solo lei assegnerà per estrazione un cavallo di questi ad ogni contrada e, ironia proprio della sorte, sarà sempre lei a stabilire persino per quale contrada il turista che arriva in città democraticamente neutro ne uscirà platealmente contradaiolo dell’ultima ora.

Italiano, americano, francese, tedesco, chiunque infatti varchi le mura di Siena nei giorni del Palio, lo fa entrando per una porta e una porta significa contrada. Chi passerà da Porta Camollia si innamorerà del nero bianco rosso blu dell’Istrice, fra tavolate interminabili della sera di vigilia, bicchieri alzati, bambini che corrono e anziani che cantano gli stessi inni da una vita. La vigilia è l’altro capolavoro del Palio. Perché la domenica o il giorno deciso dal meteo ci sarà un solo vincitore e una sola festa, mentre il sabato a brindare sono tutti. Migliaia di persone sedute lungo le tavolate delle contrade. Nessun palco, nessun vip o, se ci sono vip, sono nascosti e spogliati del loro vippame. Dappertutto, solo tavoli, vino, piatti che arrivano, buon cibo che va, brindisi, bambini, nonni. Una festa che non è stata organizzata per essere fotografata ma per essere vissuta. Fra quei tavoli sembrerà naturale pensare: massì, sono dell’Istrice anch’io. O dell’Oca se sono entrato da Porta Fontebranda. Il verde della contrada nobile investirà il turista trasformandolo quasi in uno di loro. Perché non sei tu a scegliere una Contrada. È lei che sceglie te. Anche solo per poche ore.

La mattina del Palio l’atmosfera cambia. A gioia e spensieratezza si aggiungono tensione e sacralità. La benedizione del cavallo, “Vai e torna vincitore” le poche parole che dicono tutto. Fede, superstizione, speranza e il futuro affidato a Lui vero e solo protagonista. Il cavallo al centro di tutto. Nel trionfo, nella sconfitta, nel dolore, nelle polemiche di chi non può e mai potrà comprendere il fascino talvolta violento del tempo fermo da secoli.

Un tempo riflesso negli occhi dei ragazzi di ogni contrada che cantano guardandosi l’un l’altro, non attraverso gli schermi degli smartphone. I bambini che imparano i nomi dei fantini quasi prima dell’alfabeto. Qualcuno diventerà tamburino, alfiere, sbandieratore, economo, priore, capitano. Non stanno partecipando a una rievocazione storica ma a un presente ricco di eredità che li proietta in un futuro sano grazie a una macchina antica che funziona ancora con la precisione di un orologio. Una macchina che accelera nei giorni del Palio ma che poi si muove silenziosa per tutto l’anno. Nei vicoli delle contrade, con le sue gerachie, la sua solidarietà, la sua vicinanza vera alle famiglie e per nulla social.

Quando il mortaretto annuncia che Piazza del Campo deve svuotarsi, una manciata di uomini comincia a camminare lentamente sul tufo. I vigili davanti, scope, palette, sacchi dietro. Nessuno corre. Nessuno urla. Eppure, nel giro di pochi minuti, migliaia di persone lasciano ordinatamente la pista e raggiungono le altre migliaia al centro del Campo. Sembra una coreografia. In realtà è solo l’abitudine di una città che da secoli sa esattamente cosa deve fare.

Il drappello del quarto Reggimento dei Carabinieri a cavallo. Sfilano con una precisione che ricorda le Frecce Tricolori, sembrano alzarsi in volo per quanto è leggero il loro incedere. Cavalli, sciabole, disciplina. Quando partono al galoppo verso l’uscita di San Martino, sembra impossibile che riescano a tenere la formazione in curva e a infilarsi in quel varco che sembra inghiottirli. Pierpaolo, uno di loro, quaranta Palii sulle spalle e nel cuore, sorride: “Da fuori sembra largo. A quella velocità è invece un pertugio…”

Carabinieri a cavallo, il corteo storico che prima ti avvolge nei vicoli e poi emoziona in piazza tra alfieri e tamburini e sbandieratori e trombe. Il Palio è soprattutto questo. Un gesto ripetuto migliaia di volte che continua a emozionare. Forse è proprio qui che Siena insegna qualcosa perfino allo sport moderno. Diciassette contrade, dieci corrono, sette hanno diritto ad esserci ora, sette l’avranno poi, tre vengono estratte. Un equilibrio antico che continua a sembrare sorprendentemente giusto. Chissà. Se ogni tanto anche il calcio, la Champions, i sogni di Super league o i grandi campionati avessero l’umiltà di guardare indietro invece che soltanto avanti, forse scoprirebbero che il futuro non necessariamente è ancorato a soldi e algoritmi. A volte è il passato ad aver già trovato la formula migliore.

Oggi la sorte nascosta nel meteo ha deciso che stasera finalmente si poteva correre. La sorte ha deciso che dopo un’estenuante attesa ai canapi a vincere sia stata la contrada blu del Nicchio con il Leo Messi dei fantini, Giovanni Atzeni, detto Tittia. Il fuoriclasse vincitore anche a luglio ma con l’Aquila perché l’unica scelta non lasciata alla sorte è quella del fantino. Stasera e stanotte e per giorni e giorni una sola contrada piangerà di felicità e nove avranno un motivo per aspettare ancora. Tittia verrà portato in trionfo, altri fantini dimenticati, forse qualcuno sarà punito e Siena comincerà lentamente a svuotarsi. Spariranno i tavoli, il tufo verrà portato via, i turisti torneranno a casa. Il tempo, invece, resterà qui. Fermo, immobile, in attesa di tornare a correre.

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