C’è chi le montagne le contempla, e chi le abita fino a farsene consumare. L’atleta Kilian Jornet appartiene irrimediabilmente alla seconda categoria, e lo ha dimostrato con un’impresa che sfida non solo la fisiologia umana, ma la nostra stessa capacità di misurarne la portata: tra il 13 agosto e il 4 settembre 2024 il catalano ha scalato, una dopo l’altra, tutte le 82 vette alpine che superano i quattromila metri, spostandosi da un massiccio all’altro esclusivamente a piedi, di corsa o in bicicletta. Diciannove giorni. Nessun elicottero, nessun mezzo a motore, nessuna scorciatoia concessa alla stanchezza: solo il corpo, la montagna, e quella tenacia quasi monastica che pare distinguere gli uomini che hanno fatto della fatica una vocazione.
Il progetto, battezzato Alpine Connections, nasce quasi per caso, o almeno così vuole la leggenda che già si va costruendo attorno a questa impresa: appena tre giorni dopo una vittoria folgorante alla Sierre-Zinal, Jornet annuncia sui social di non voler tornare a casa, di voler restare ad approfittare delle buone condizioni sulle Alpi. Nessuno immagina cosa significhi davvero quella frase, apparentemente innocua. Il giorno successivo arriva il manifesto: “Una catena montuosa. Un unico viaggio”. E da lì in avanti, ogni giornata si trasforma in un capitolo di un racconto che sembra scritto apposta per essere raccontato, e non semplicemente vissuto.
Si parte da est, dal Piz Bernina, nell’Engadina svizzera: ventinove chilometri di corsa e arrampicata, duemilacinquecentosettantatré metri di dislivello, e poi in sella alla bicicletta per altri duecentodieci chilometri verso l’Oberland bernese. Il giorno dopo, nonostante il maltempo, arrivano in sequenza Lauteraarhorn, Schreckhorn e Finsteraarhorn. Non è che l’inizio: seguiranno tappe di trentadue ore filate, sonni di quaranta minuti rubati tra un rifugio e l’altro, ascensioni tecniche affrontate in solitaria su creste avvolte dalla nebbia. Nel mezzo, la traversata del Mönch e della Jungfrau, e infine, alla quattordicesima tappa, il tetto d’Europa: il Monte Bianco, affrontato con la stessa disciplina metodica riservata a ogni altra vetta, come se la montagna più celebre del continente non meritasse più rispetto di un pilastro minore dimenticato tra le nevi del Vallese.
I numeri, alla fine, restituiscono solo un pallido riflesso della vertigine: milleduecentosette chilometri percorsi, oltre settantacinquemila metri di dislivello positivo accumulato, una media di sonno di cinque ore e diciassette minuti a notte. Cifre che, sommate, compongono un affresco più vicino all’agiografia che alla cronaca sportiva. “È stata una delle cose più impegnative che abbia mai fatto, fisicamente, tecnicamente e mentalmente”, ha dichiarato Jornet al traguardo, con quella sobrietà quasi dimessa che contraddistingue chi ha già rincorso, e superato, ogni proprio limite immaginabile.
Non è la prima volta che l’atleta di Sabadell sfida la geografia con la sola energia del proprio corpo: nel 2021 aveva collegato centosettantasette cime dei Pirenei in appena otto giorni. Ma Alpine Connections resta un’altra cosa, un gradino ulteriore in quella scala che Jornet sembra costruirsi da solo, vetta dopo vetta, per capire fin dove un uomo possa spingersi prima che la montagna, semplicemente, dica basta.
