Anche l’America tiene famiglia: Cuomo jr candidato a New York

Suo padre, Mario, fu governatore di New York per dodici anni, dal 1983 al 1995, e i cittadini della Grande Mela ancora lo rimpiangono. Ora tocca a suo figlio, Andrew, ed è molto probabile che ce la faccia. Da un Cuomo all’altro, da un’America all’altra.
Andrew ha un pedigree di tutto rispetto. Negli anni Novanta, con Bill Clinton, fu ministro per le Politiche abitative e lo sviluppo urbano, mentre dal 2006 è procuratore generale di New York. Un magistrato inflessibile, come il suo predecessore Spitzer ma, contrariamente a quest’ultimo, senza amanti segrete o segreti inconfessabili, perlomeno finora. Ai suoi concittadini piace. E tanto. In un’epoca caratterizzata dal lassismo delle autorità di controllo nei confronti delle banche, Andrew è stato uno dei pochi a indagare sull’establishment più potente d’America.
Anche nel 2002 tentò di ottenere la nomination democratica per il posto di governatore, ma allora non era abbastanza conosciuto e perse. Adesso invece è popolarissimo e ha iniziato alla grande, annunciando la sua discesa in campo con un video su «You Tube» di grande coinvolgimento emotivo e incentrato sullo slogan «Andrew lavora per te». La candidatura è sicura, l’elezione, a novembre, quasi.
Una bella storia, eppure non molto americana. O forse molto americana. Dipende di quale America parliamo. Quella di un tempo era molto rigida nel rifiutare il nepotismo e riteneva diseducativa la trasmissione della ricchezza per via ereditaria. Il successo andava conquistato di generazione in generazione, ripartendo da zero. O quasi. Un rigore morale che indusse grandi magnati a devolvere in beneficenza le loro ricchezze o a costituire floridissime fondazioni non profit, come quelle di Ford e Carnegie.
Ma gli Stati Uniti di oggi sono diversi. D’accordo, Barack Obama ce l’ha fatta, senza poter vantare lignaggi, ma la sua storia, nel mondo politico, rappresenta ormai un’eccezione. Gli Stati Uniti si sono imborghesiti, sono diventati più europei; anzi, più italiani. Sì, anche l’America tiene famiglia. E tende a passare il potere politico di padre in figlio, da marito a moglie o da zio a nipote.
Il caso più famoso è quello dei Bush, che possono vantare ben due presidenti nell’arco di appena otto anni. Il padre, George senior, lasciò nel 1993, il figlio, George junior, si insediò nel 2001, mentre la Florida era governata dal suo fratello Jeb, che peraltro potrebbe candidarsi alla Casa Bianca tra quattro anni.
Bill Clinton, scaduto il secondo mandato, ha spinto la moglie Hillary al Senato e nel 2008 solo per un soffio non è riuscita a conquistare la nomination presidenziale. Si è consolata ottenendo il posto di segretario di Stato.
Anche il vicepresidente Joe Biden è un tipo curioso. L’uomo si è fatto da sé, ma ai suoi figli non ha negato nulla. Il più giovane, Hunter, è diventato uno dei lobbisti più abili proprio nel Senato di cui il padre, per anni, è stato uno dei rappresentanti più influenti. Il maggiore, Beau, è procuratore pubblico del Delaware che, guarda caso, è lo Stato di famiglia. Un paio di anni fa pensò pensato di candidarsi al seggio paterno, ma decise di soprassedere. Domani, però...
La squadra di Obama è piena di figli di papà. Timothy Geithner a solo 47 anni è diventato ministro del Tesoro, dopo essere stato governatore della Federal Reserve di New York. Un genio? Forse. Ma ben instradato. Suo padre era responsabile della Us Development agency in Asia ovvero era colui che ha gestì il «piano Marshall» d’Oriente.
Il superconsigliere al Tesoro, Lawrence Summers, è nipote di due premi Nobel all’economia, Paul Samuelson e Kenneth Arrow. L’ambasciatore americano all’Onu, Susan Rice, è figlia di un ex governatore del Federal Reserve system. Persino il presidente della Camera, Nancy Pelosi, vanta un bel pedigree familiare: è figlia di Thomas, ex deputato del Maryland nonché sindaco di Baltimora.
Dimenticavo: anche Jimmy Carter, il presidente più impopolare degli ultimi 50 anni dopo Nixon, ha cercato di spingere il figlio, Jack, che nel 2006 si candidò al Senato per il seggio del Nevada, ma fu sconfitto. Perché anche la sfortuna, a quanto pare, si eredita.

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