Da quando sono in campagna, per seguire la mia famiglia durante l’estate, e non che vada a spasso, nonostante la tenuta e la piscina e il bosco me ne sto rinchiuso con l’aria condizionata come a Roma, ugualmente agli autoarresti domiciliari, ma da quando sono qui c’è una cosa che mi dà fastidio: il canto degli uccelli al mattino. Che gli amanti della campagna amano.
Il bello è che non mi sveglia niente se dormo, rumore del traffico, chiacchiericcio, i miei cani che abbaiano, la donna delle pulizie che passa l’aspirapolvere e potrebbero anche portarmi via con tutto il divano dove dormo e non me ne accorgerei, e però il canto degli uccelli al mattino non lo sopporto, sarà che mi ricorda che sono in mezzo alla natura, sarà che non capisco cosa hanno da cantare, sarà che sono io a essere insopportabile per la natura e per molte persone naturali che infatti non frequento.
Comunque sia stamani ho scoperto perché gli uccelli cominciano a cantare tutti insieme all’alba e anche poco prima dell’alba. Perché è l’alba, direte voi, sorge il sole, o sanno che sta per sorgere, e devono dirlo a tutti. Non proprio. Il fenomeno si chiama dawn chorus e è un comportamento studiato da decenni, ma resta aperta una domanda: come fa una popolazione di individui separati a produrre un’accensione collettiva così rapida e apparentemente coordinata?
Alexander R. Kaye, ricercatore alla University of Warwick, ha appena elaborato un modello matematico, assegnando a ogni uccello virtuale una specifica soglia composta dalla combinazione di due segnali, e il secondo è quello che ci interessa. Il primo è ovviamente la luce ambientale, il secondo il canto che proviene da altri uccelli vicini. Le soglie individuali non sono identiche, alcuni partono prima, altri dopo, e basta che qualche individuo raggiunga per primo la propria soglia: comincia a cantare, il suo canto aumenta lo stimolo ricevuto dagli altri, questi superano a loro volta la soglia e in breve si produce una cascata, il dawn chorus. Insomma, la luce aumenta lentamente, il comportamento collettivo può cambiare quasi all’improvviso.
Kaye racconta di essere arrivato all’idea proprio perché trasferitosi in campagna (lui di proposito) e veniva svegliato dal coro degli uccelli (e invece di tornare in città si è messo a formulare una teoria). Tant’è che è partito dalla catastrophe theory, cioè un sistema può subire un cambiamento brusco in risposta a una variazione esterna molto graduale. Fa l’esempio di un albero: il vento aumenta piano piano ma a un certo punto l’albero si spezza improvvisamente. Nel coro avverrebbe qualcosa di analogo, la luminosità cresce gradualmente, il canto esplode di colpo.
Le simulazioni mostrano che se l’influenza degli altri uccelli è debole il numero di uccelli che cantano aumenta lentamente con la luce. Quando invece l’influenza sociale è sufficientemente forte, compare una sorta di punto critico: pochi individui iniziano e immediatamente trascinano gli altri. Il modello produce quindi da regole individuali semplicissime un comportamento collettivo complesso.
C’è anche un colpevole: il pettirosso europeo, spesso tra le specie che danno il la al coro poiché si accorge prima dell’alba (i suoi occhi sono più sensibili di quelli di altri uccelli canterini ai bassi livelli di luminosità). Non ho mai provato antipatia per gli uccelli (e per gli altri animali non umani in generale con cui ho a che fare, zanzare a parte), salvo quando cantano al mattino, appunto, però questo comportamento da gregge, parte uno e gli altri lo seguono, me li rende più simili agli umani, quindi più antipatici.
Ovviamente, dice Kaye, il suo modello va verificato, e confrontato con registrazioni vere, e mentre lui farà le sue verifiche (o magari suggerisco a Vallortigara di mandarci uno dei suoi dottorandi) io me ne sarò già tornato a Roma, non mi metto certo a farle io. Tanto non credo che prenderà il Nobel per questo.
