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Andò in scena una nuova calata dei barbari

L’incontro tra nomadi e "furlans" lasciò dei segni permanenti

Andò in scena una nuova calata dei barbari
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Una storia incredibile, che sembra, mutatis mutandis, paragonabile a La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Dino Buzzati. Solo che è ferocemente vera. Ma vediamo di raccontare la vicenda che ha portato al sogno e all’incubo dell’operazione Ataman e della Kosakenland in Norditalien, che come avete visto, in questa pagina, fa da sfondo al romanzo di Ilaria Tuti, Ed è un poco la notte e un poco l’alba (Longanesi). Tutto cominciò con l’aggressione nazista contro l’Urss stalinista. Le forze armate tedesche incorporarono mentre avanzavano alcune decine di migliaia di volontari cosacchi nella Wehrmacht, nelle Waffen-Ss. I cosacchi (la parola trae origine dal turco qazaq’, nomade o uomo libero) erano cavalieri leggendari e al comando dei loro atamani si erano in gran parte schierati a favore dello Zar. Erano quindi alleati interni perfetti per combattere le forze sovietiche. Il 10 novembre 1943, quando il corso della guerra era cambiato - l’Unione Sovietica aveva ormai riconquistato vaste porzioni dei territori perduti tra il 1941-1942 - un proclama del ministro dei Territori occupati, Alfred Rosenberg, controfirmato dal comandante della Wehrmacht Wilhelm Keitel, promise ai soldati cosacchi del Don che, sconfitta l’Urss, essi avrebbero goduto di ampie autonomie nei territori di provenienza. Ma che stante la situazione, avrebbero goduto, provvisoriamente, delle stesse condizioni anche in altre parti d’Europa. Era un modo di mantenere la fedeltà di questi reparti molto efficienti e spietati soprattutto nelle operazioni di controguerriglia.
La Carnia, in Friuli, a partire dal primo agosto 1944 si era trasformata in una “repubblica partigiana”, sfuggendo al controllo dei tedeschi e della Rsi. Divenne rapidamente la più ampia zona libera in tutto il Nord Italia: comprendeva ben 40 comuni e contava oltre 80mila abitanti. I partigiani, soprattutto gli Osoppini, rendevano la vita impossibile ai tedeschi. La soluzione trovata furono proprio loro: i cosacchi. Al loro arrivo in Italia- uno storico che ha ben raccontato la vicenda è Fabio Verardo- i reparti cosacco-caucasici, che erano accompagnati da carovane di esuli civili, furono riorganizzati e, in poche settimane, impiegati sotto il diretto controllo delle Ss contro i partigiani del Friuli orientale (dal settembre 1944). Quindi l’8 ottobre 1944 parteciparono all’operazione contro la Carnia e l’Alto Friuli. I rastrellamenti si svolsero in un clima di terrore; decine gli uccisi, molte le persone picchiate e deportate in Germania.
Furono commessi stupri (la stima al ribasso è di più di 250 casi), furti, incendi e saccheggi sistematici di interi paesi. Dalla popolazione l’arrivo degli occupanti fu percepito come una predazione senza quartiere che ricordava le invasioni barbariche o le incursioni turche di età moderna; l’arcivescovo di Udine le definì un «flagello di Dio». I cosacchi entravano a cavallo nelle case, devastavano tutto, utilizzavano i metodi violenti di repressione anti partigiana, sequestrando i civili, che avevano già messo in campo nella lotta senza quartiere in Urss.
In breve tempo iniziarono a mettere in piedi quella che immaginavano come una sorta di occupazione semipermanente. Vennero create due zone di gestione: la parte settentrionale della Carnia - Paluzza, Forni Avoltri, Ravascletto e Paularo - fu gestita da truppe caucasiche sotto il comando del generale Sultan Ghirey-Kitsch; la parte meridionale - Tolmezzo, Verzegnis, Villa Santina, Ampezzo e Forni di Sotto fu occupata dai cosacchi dell’atamano Timofej Domanov. In entrambi i casi, e anche in altre località, le abitazioni dei friulani vennero occupate e la popolazione fu costretta ad una convivenza forzata con questi nomadi venuti da un altro mondo. Giusto per dire, nutrire i quasi 6mila cavalli del contingente cosacco portò rapidamente all’esaurimento di tutte le riserve di fieno. I cosacchi tentarono persino di rinominare alcune località con toponimi russi.
Nel mezzo di questa furia ci furono anche tentativi di convivenza tra “povera gente”, soprattutto tra le famiglie al seguito dei cosacchi e gli abitanti locali. Poi la guerra giunse al suo tragico epilogo, i Cosacchi furono costretti alla ritirata dall’avanzare degli alleati nel maggio del 1945.

In alcuni casi la popolazione friulana cercò anche di convincerli a restare e ad arrendersi in Italia, capendo che altrimenti non avrebbero avuto scampo. Ma la maggior parte si ritirò combattendo verso Lienz e Oberdrauburg. Lì si arresero agli alleati e vennero consegnati all’Urss. Molti si suicidarono per non finire nei gulag, altri morirono in prigionia.

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