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Arte e Storia

Beati siano i Beat Ginsberg, Kerouac e la rabbia biblica

L’edizione critica con lettere e altri documenti illustra un aspetto in Italia passato in secondo piano: il misticismo come fonte d’ispirazione

Tramonto on the road, il primo beat fu il filosofo Spengler

Esce da Il Saggiatore, nel centenario della nascita di Allen Ginsberg (Newark, 1926) e a settant’anni dalla prima pubblicazione di Howl (1956), un’edizione speciale del poema curata da Barry Miles, tra i massimi biografi del poeta e studioso della Beat Generation, con la traduzione di Luca Fontana e l’apparato documentario tradotto da Sara Reggiani. Il volume non è una semplice ristampa: riproduce le bozze manoscritte con le correzioni e i ripensamenti dell’autore, i dattiloscritti in formato originale, il carteggio che Ginsberg intrattenne durante la composizione con Jack Kerouac, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti e Carl Solomon, cui l’opera è dedicata, oltre ai resoconti delle prime letture pubbliche e agli atti del processo per oscenità del 1957. È un’occasione per correggere un’immagine che in Italia si è sedimentata per pigrizia: la Beat Generation ridotta a un repertorio di droghe, sesso e fughe on the road. La sostanza era diversa.

Kerouac coniò per primo l’aggettivo «beat», e ne diede una spiegazione che i suoi lettori italiani raramente incontrano: beat non stava (solo) per «battuto», «sfinito», ma rimandava a «beatific», beato. Kerouac cercava la grazia, non la sua negazione, anche in posti dove era difficile trovarla: i bassifondi di New York, i jazz club, sulle strade di provincia. Kerouac era un cattolico franco-canadese cresciuto nella devozione mariana, e la sua ricerca

spirituale, per quanto irrequieta e attratta dal buddhismo, non ruppe mai davvero con quella matrice. Lo confermano le lettere raccolte nel volume, dove il tono con cui Kerouac scrive a Ginsberg, negli anni della gestazione di Urlo, è quello di chi discute di salvezza, non di trasgressione fine a sé stessa.

Urlo va letto in questa luce, non solo in quella del pamphlet anticonformista. Il poema è saturo di linguaggio mistico: le «teste d’angelo», la «dinamo stellata», l’«antica connessione celeste» che i protagonisti cercano nella musica e nella notte, sono immagini debitrici di William Blake, che Ginsberg diceva di aver «sentito» in una visione del 1948, episodio raccontato più volte come esperienza mistica vera e propria, non come metafora letteraria. La seconda parte del poema, contro Moloch, è un atto di accusa quasi profetico, nella tradizione dell’invettiva biblica, contro un mondo divorato dal materialismo industriale. Urlo non è un manifesto politico: è un lamento religioso travestito da scandalo.

Burroughs, il terzo vertice del triangolo, va tenuto separato dagli altri due con più cura di quanto si faccia di solito. Fu amico intimo di Ginsberg e Kerouac fin dai primi anni Quaranta a New York, li introdusse a letture decisive (da Spengler a Céline), ma non si riconobbe mai nell’etichetta beat, che considerava un’invenzione giornalistica buona per vendere copie. La sua opera appartiene a una genealogia diversa (il cut up, le avanguardie europee) rispetto alla ricerca spirituale di

Kerouac o al furore profetico di Ginsberg. Che la critica italiana continui a impacchettare i tre sotto un’unica etichetta dice più della pigrizia manualistica che della realtà dei testi.

Resta da spiegare la dedica. Urlo è indirizzato a Carl Solomon, figura oggi quasi dimenticata rispetto ai suoi celebri sodali. Ginsberg lo conobbe nel 1949 al Rockland New York State Psychiatric Institute, dove entrambi erano pazienti: lui vi era stato ammesso in seguito a una vicenda giudiziaria legata alla sua frequentazione di piccoli criminali (tra cui un altro beat: Herbert Huncke), Solomon per una crisi che lo aveva portato, dopo un soggiorno parigino tra i surrealisti, a chiedere il ricovero volontario, sottoponendosi a un ciclo di elettroshock. Solomon era scrittore, aveva letto Artaud e Genet prima di Ginsberg, e nel manicomio i due si riconobbero come sopravvissuti a una stessa violenza, quella di una società che classificava la sofferenza visionaria come patologia da correggere con la corrente elettrica. «Sono con te a Rockland», ripete ossessivamente la terza parte del poema, rivolta proprio a lui. La dedica non è un omaggio letterario ma un atto di solidarietà tra reduci, ed è forse la chiave più diretta per capire cosa fosse davvero Urlo: non provocazione a tavolino, ma testimonianza di un dolore e di una visione mal tollerati dalla società del benessere.

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