Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 05:03
In evidenzaAggiornato alle ore 05:03
Arte e Storia

Il mistero storico del Nazareno indagato da Elaine Pagels

La storica delle religioni di Princeton famosa per “Il vangelo segreto di Tommaso” torna per indagare tutte le fonti disponibili relative al Cristo

Ognuno può scrivere il suo "Quinto evangelio"

Gesù di Nazareth, è comprensibilmente, uno dei personaggi più studiati e rappresentati della Storia. A prescindere dalle posizioni di fede di ognuno si tratta di un fatto indubbio, e Gesù e i cristiani hanno influenzato in maniera enorme tutta la cultura mondiale. Tanto per fare l’esempio più banale, la fine della schiavitù in Occidente con il crollo dell’Impero romano è stata intimamente legata alla dottrina cristiana. Sono legate ad evoluzioni della dottrina cristiana moltissime conquiste sociali e la stessa concezione dei diritti innati dell’individuo in quanto essere umano. Ma anche la cultura islamica scricchiolerebbe senza la presenza di Gesù: in arabo è chiamato il Messia (Al-Masih), un messaggero di Dio, è associato a una profonda purezza, essendo nato senza intervento umano dalla Vergine Maria, ed è previsto anche un suo ritorno prima della fine dei tempi per combattere il maligno. Si mettano quindi il cuore in pace quelli che vogliono abolire il Natale per un malinteso senso di «inclusività»: nessun islamico che abbia letto il Corano darebbe loro ragione.Nonostante questa enorme influenza la figura storica di Gesù, che va staccata dalla fede, quanto è conoscibile davvero? È quello che si è chiesta Elaine Pagels, titolare della cattedra Harrington Spear Paine Foundation di Storia delle religioni della Princeton University. Il risultato è un saggio molto denso, adesso pubblicato anche in Italia: I miracoli e la meraviglia. Il mistero del Gesù storico (Mondadori, pagg. 268, euro 22).Uno studio che si colloca al termine di una lunghissima carriera accademica il cui lavoro più conosciuto è Il Vangelo segreto di Tommaso (in Italia sempre per Mondadori) e condivide le basi metodologiche utilizzate per l’analisi di quel testo (uno dei Vangeli gnostici reperiti nel 1945 a Nag Hammadi) visto in controluce e in dialogo con i vangeli canonici.Allora partiamo da quella che è una delle poche certezze per uno storico, secondo la Pagels: Gesù di Nazareth è sicuramente esistito, è una delle poche cose su cui tutte le fonti sono concordi. Di certo non siamo di fronte ad un personaggio mitologico. Dopo di che le fonti iniziano a differenziarsi moltissimo tra di loro e sono state scritte, tutte, decenni dopo la crocifissione. E sono fonti pensate per quella che era già diventata una battaglia delle idee. Per usare le parole della Pagels: «Se da una parte i suoi fedeli scrivevano i Vangeli, dall’altra i membri di spicco dell’élite romana formulavano attacchi taglienti. Il senatore Tacito, per esempio, e lo storico di corte Svetonio, entrambi impegnati nella stesura di biografie di personaggi illustri, disprezzavano i seguaci di Gesù, ritenendoli una marmaglia ignorante e superstiziosa, gente tanto sciocca da “adorare un ebreo crocifisso”», come avrebbe detto un detrattore romano.Per di più anche all’interno della stesura dei testi cristiani vi fu una grandissima varietà di posizioni, una pluralità di Vangeli, che vennero ridotti a quattro soltanto dopo il Concilio di Nicea, quindi secoli dopo la vita di Gesù.Tutto questo ha avuto degli effetti consistenti sulla conservazione delle fonti. Ad esempio anche i quattro Vangeli canonici non convergono esattamente sulla narrazione della nascita di Gesù. Marco, il primo evangelista (il suo testo è comunemente datato tra il 60 e il 70 d.C.), non dedica spazio al tema. Matteo e Luca danno largo spazio a una sorta di genealogia di Gesù. Ma le due genealogie non corrispondono. Sono per altro genealogie riferite a Giuseppe che poco darebbero senso ad un lettore attuale dato il concepimento miracoloso di Gesù ampiamente spiegato dai due evangelisti ma utili in un contesto ebraico di “legittimità”. Di nuovo i due evangelisti descrivono situazioni abbastanza diverse rispetto a quello che accade a Betlemme quando Gesù venne alla luce. Matteo nel suo Vangelo (2,1 e seguenti) descrive una nascita regale riconosciuta dai regnanti della Terra, i Magi, che si recano seguendo una stella (gli astronomi sono impazziti senza successo per identificarla), raggiungono Gesù in una casa e poi segue una fuga precipitosa provocata dalla caccia spietata portata avanti da Erode. Di questa caccia con strage di innocenti non si trova traccia in nessuna fonte antica, Matteo a parte, soprattutto non se trova traccia nelle opere di Giuseppe Flavio, la fonte più accreditata sulla storia giudaica del I secolo. Luca non parla di Magi, non c’è nessuna abitazione ma soltanto una stalla in cui Maria e Giuseppe sono costretti a rifugiarsi, senza nessuna stella che indica il luogo, e chi li visita sono dei pastori, guidati da angeli. Due visioni che si fondono in quello che è il nostro abituale Presepe. Marco invece è l’unico ad elencare una serie di parentele di Gesù che spariscono negli altri Vangeli, nonostante secondo quasi tutti gli esperti Marco sia la fonte di Matteo e Luca.«Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?» (Mc 6,1-3). Adelphos, in greco, può prestarsi a diverse traduzioni, potrebbe valere semplicemente come parente o cugino. Per alcuni culti della chiesa ortodossa sono considerati figli di Giuseppe di un precedente matrimonio... ma dopo Marco non vengono più citati forse proprio perché potrebbero creare problemi interpretativi se citati in modo malevolo.Insomma guardati con l’occhio dello storico queste narrazioni ci dicono poco sul reale percorso giovanile di Gesù ma servono a costruire un contesto che fosse comprensibile e accettabile nel primo secolo sia per gli ebrei che si erano convertiti al cristianesimo, o potevano convertirsi, sia, soprattutto, per i “gentili”. Secondo Pagels, i Vangeli non hanno la necessità di fare una cronistoria; ciascuno, in un modo diverso, si pone nella prospettiva, di veicolare il messaggio di Gesù in una forma comprensibile e convincente per uno specifico “pubblico”. Un esempio della studiosa: «Siccome Matteo era convinto di aver colto il significato più profondo di Isaia 7,14, modellò il suo racconto dell’infanzia di Gesù sulla storia di Mosè. Chiunque conoscesse quei grandi eventi rievocati ogni anno dagli ebrei durante la Pasqua, avrebbe subito identificato le analogie individuate da Matteo». Luca invece, sempre secondo la Pagels: «Adotta lo stile di uno storico greco».A questo punto il tentativo di utilizzare questi testi altamente simbolici (vale anche per molti dei vangeli “gnostici” rintracciati più di recente) per tracciare un profilo storico di Gesù risulta frustrante. Non è frustrante invece utilizzarli per capire come nel tempo il messaggio cristiano si sia allargato e sia stato declinato in diverse maniere per raggiungere un diverso pubblico. Questo per i credenti sarà uno dei doni dello Spirito santo e per tutti gli altri una spiegazione del successo della diffusione di una religione. Di certo non possono essere letti come si leggerebbe una cronaca, cioè usarli per determinare con esattezza un percorso mondano o per negarlo.Quindi il mistero di Gesù rimane.Secondo Pagels, quando descrive il fascino che, personalmente, ha sempre trovato nelle Sacre scritture: «“Good can make a way out of no way” (Dio può aprire una strada dove non c’è) e quindi può tramutare la nostra sofferenza in gioia. È questo che amo dei Vangeli.Non sarà anche la ragione per cui sopravvivono lungo i tornanti della storia? A mio parere, ci danno quello di cui spesso abbiamo più bisogno: un’esplosione di speranza».Dopo di che il lettore interessato ai riscontri fattuali potrebbe trovare nel libro una serie di spunti interessanti. Il Pilato che ci raccontano le fonti non cristiane era un governatore dal pugno di ferro molto propenso a utilizzare le crocifissioni e non aduso a fare “plebisciti”. Descrivere un contrasto duro tra Roma e Gesù non sarebbe stato possibile dopo la distruzione del Tempio. Il Pilato dei Vangeli era decisamente più accettabile per un pubblico romano e rendeva Gesù più accettabile per l’Impero rendendo il contrasto tra Gesù e il Sinedrio una questione tutta ebraica. Non è una pistola fumante per capire il “colpevole” della crocifissione ma un indizio interessante per una lettura diversa. È solo un esempio di quello che si può trovare nel libro di Pagels. E se vi fosse rimasta la curiosità di come mai Erode il grande possa essere stato accusato di un massacro mai documentato... Beh di certo fece uccidere due dei suoi figli per calcoli dinastici e anche un gran numero di oppositori. Pare che Augusto abbia detto di lui: «È meglio essere il maiale di Erode piuttosto che uno dei suoi figli»; infatti Erode non mangiava carne di maiale, anche se non esitò ad uccidere i suoi stessi figli. Abbastanza per rendere credibile, se non vera, la sua propensione a far sparire potenziali concorrenti.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.