C’è chi nasce artista e chi, prima ancora di diventarlo, viene consacrato da una leggenda di famiglia: a Novella Parigini tocca la seconda sorte, e da lì in poi la sua vita non farà che rincorrere, con ostinazione, quella profezia. Si racconta che sia stato Gabriele d’Annunzio in persona, per lettera, a suggerire alla madre Emilia quel nome - Novella - accompagnandolo con le istruzioni di un talismano infallibile, un piccolo rito propiziatorio affidato a una bambina che ancora non sapeva di dover diventare un’icona.
Novella cresce tra Chiusi (in provincia di Siena) e Parigi, respira l’aria dei salotti intellettuali francesi, e poi approda a Roma con l’andatura di chi sa di dover occupare uno spazio ampio. Elegge il proprio studio di via Margutta a palcoscenico permanente: tele di figure androgine, creature ibride tra la donna e il gatto, paesaggi lussureggianti, Madonne velate di una dolcezza quasi eretica. È lì che sfila il gotha dell’arte e del cinema del dopoguerra, negli stessi vicoli dove abitano o passano Picasso e Renato Guttuso o Giorgio de Chirico, dove Federico Fellini incrocia Anna Magnani e Giulietta Masina. Prima che il regista fissi l’iconografia definitiva della Dolce Vita, Novella ne scrive già la sceneggiatura vivendola in prima persona, in un microcosmo dove pittura, cinema e mondanità si mescolano in un unico, interminabile ricevimento.
Funambolica per temperamento, attraversa i linguaggi come se le discipline fossero vasi comunicanti: diventa la prima europea ad esporre in Cina, firma un’opera che finisce su un francobollo delle poste francesi, decora chiese, e insieme si getta nella vita mondana romana con la medesima energia che riserva al pennello. Il suo studio diventa presto un salotto aperto a ogni ora, dove il pettegolezzo circola denso quanto il colore a olio: le cene si prolungano fino all’alba, gli amori nascono e naufragano sotto gli occhi di tutti, i rotocalchi dell’epoca - Oggi, Epoca, Gente - trasformano ogni sua uscita pubblica in un piccolo evento da fotografare e commentare. Nei suoi racconti confluiscono liti clamorose, corteggiamenti esibiti, cause legali che la vedono protagonista suo malgrado: episodi che il pubblico consuma con la stessa voracità con cui oggi si divora il suo tempo sui social, e che fanno di lei, più che una semplice pittrice, un personaggio pubblico a tutto tondo, capace di occupare le pagine di cronaca mondana con la stessa naturalezza con cui irrompe in quelle di critica d’arte.
C’è però anche moltissima sostanza sotto lo scintillio. Quando la speculazione edilizia minaccia di trasformare gli storici atelier di via Margutta in anonimi mini-appartamenti, Novella si mette in prima linea a difendere quel pezzo di Roma dall’appiattimento del mercato immobiliare: non una battaglia simbolica, ma una mobilitazione concreta che coinvolge l’intera comunità artistica della strada. E dal 1955 promuove la rassegna dei “Cento Pittori”, aprendo le proprie relazioni e la propria fama ad artisti affermati e, soprattutto, a sconosciuti in cerca di un’occasione: un gesto generoso che rivela, sotto la superficie brillante delle cronache mondane, una tenacia quasi militante nella difesa della funzione sociale dell’arte.
La sua parabola si chiude nel 1993, quando muore e viene sepolta al Verano. Il mito però sopravvive alla scomparsa: Porto Rotondo le intitola una via, i Cento Pittori continuano a evocarla come nume tutelare della manifestazione, e vent’anni dopo la sua morte una retrospettiva a Palazzo Margutta ricompone il ritratto complesso di una donna che deve, secondo la leggenda di famiglia, persino il proprio nome a un poeta innamorato dei presagi.
Resta, di lei, l’immagine di chi ha saputo agganciare avanguardia e cronaca mondana nello stesso momento. Una donna capace di tenere insieme il rigore dello studio e il chiacchiericcio dei salotti perché, in fondo, per Novella Parigini restano la stessa, identica materia: la vita, vissuta come opera aperta.
