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Arte e Storia

Cagnaccio di San Pietro l’esattezza dell’inquietudine

Ecco un pittore per il quale le etichette reggono fino a un certo punto. Morì a 49 anni lasciandoci opere uniche. Tra cui lo scandaloso “Dopo l’orgia” del 1928

Dopo l'orgia, Cagnaccio di San Pietro

Nel 1928 la commissione di accettazione della sedicesima Biennale di Venezia - di cui facevano parte Antonio Maraini, segretario generale della Biennale, con Felice Casorati, Napoleone Martinuzzi, Mario Sironi e Ardengo Soffici - respinse l’opera Dopo l’orgia. L’autore aveva 31 anni e si firmava Cagnaccio di San Pietro: San Pietro in Volta, sull’isola di Pellestrina, era il paese in cui era cresciuto. Il dipinto mostra tre donne a terra come relitti dopo la notte, con i corpi tirati, quasi scarnificati, abbandonati in pose che non hanno più nulla di sensuale. Intorno, la tenda verde, il pavimento color fegato e il grande tappeto grigio costruiscono un ambiente stranamente asettico, freddo, nel quale ogni cosa sembra rimasta al proprio posto soltanto per testimoniare ciò che è accaduto. Degli uomini restano gli oggetti: una bombetta, i bicchieri, gli abiti, un polsino bianco con il suo gemello. La pittura è netta dappertutto. Persino il disordine appare misurato. Si racconta che su quel gemello comparisse in origine un distintivo fascista, poi cancellato, e la storiografia ha letto il quadro dentro la posizione antifascista dell’artista. È una lettura solida e non ho motivo di contestarla. Che quel dettaglio sia stato la ragione del rifiuto, però, nessuna carta finora lo dice, e preferisco non spingermi oltre.

Natalino Bentivoglio Scarpa era nato a Desenzano del Garda nel 1897, ma la sua vera geografia fu presto quella di Pellestrina, fra le reti e le barche dei pescatori. Fu Ettore Tito ad accorgersi di lui e a farlo entrare, nel 1912, all’Accademia di Venezia. Vi rimase poco, e continuò a studiare per conto proprio. Attraversò il clima della Secessione e del Simbolismo, durante la guerra sentì il richiamo

del Futurismo di Marinetti, poi nel 1920, con La tempesta, trovò la forma chiusa e ferma che non avrebbe più lasciato. Dietro quel passaggio gli studi hanno riconosciuto la tradizione lagunare dei Vivarini e del primo Bellini. Vengono di lì il disegno senza pentimenti e il peso che nei suoi quadri hanno i corpi. Lo stesso anno di Dopo l’orgia dipinse Primo denaro (1928), una tavola di formato raccolto. Una ragazza è distesa nuda sul letto e poco lontano stanno le banconote, alle quali il titolo dà subito un senso. Il corpo si stende in orizzontale, offerto alla vista senza alcun compiacimento, e ogni volta che torno su questo quadro la tensione mi sembra passare fra la pelle e la carta moneta, due materie dipinte con la stessa cura. Non c’è nessun gesto: la scena è già avvenuta, e nel quadro ci sono soltanto il corpo e le banconote. Nella mostra che Ca’ Pesaro gli dedicò nel 2015, Primo denaro fu presentato come parte di quella che il museo definì la «scandalosa trilogia del 1928», con Zoologia e Dopo l’orgia. In tutti e tre il nudo femminile è esposto e insieme tenuto a distanza dal rigore con cui è dipinto.

Negli anni Trenta i soggetti cambiano: Operaia è del 1932, Attesa del 1934, figure prese dal lavoro e dall’attesa di chi lavora. Nello stesso 1934, nello studio di Dorsoduro, nacque I naufraghi, oggi al Mart di Rovereto, nella collezione VAF-Stiftung di Volker W. Feierabend, e il respiro cambia del tutto. È una grande tela. Al centro, in uno spazio spoglio, giace un corpo restituito dal mare; attorno stanno alcuni uomini, una donna, un bambino. Una lampada accesa regge tutta la luce della scena, mentre il mare rimane in fondo, una fascia scura e quasi immobile. Pellestrina è in questa scena, senza niente di pittoresco. La luce è stata detta caravaggesca, e il richiamo non è arbitrario, ma io vi sento qualcosa di più

antico: la disposizione delle figure, ciascuna isolata nel proprio spazio, e quella chiarezza che sospende il tempo mi riportano al Quattrocento veneto da cui Cagnaccio era partito. È una suggestione mia e non pretendo di dimostrarla.

Gli ultimi anni furono duri. La salute lo costrinse a ricoveri ripetuti e agli antidolorifici, e la pittura tornò ai temi religiosi: Luce nelle tenebre e il San Paolo della croce sono del 1931, e il primo dei due fu premiato all’Esposizione internazionale d’arte sacra di Padova; sono del 1945 il San Gerolamo e La furia, che resta la sua ultima opera. Durante la guerra aveva dato rifugio per mesi a due uomini della resistenza braccati dalla polizia e dalle SS tedesche, e poi a Luigi Tito, figlio di Ettore, l’unico maestro che avesse avuto. Morì a Venezia il 29 maggio 1946, a 49 anni. Di quegli anni nei quadri non c’è traccia diretta, e non sono sicuro che vada cercata.

Realismo magico, ritorno all’ordine, vicinanza alla Nuova Oggettività tedesca: sono coordinate che servono a orientarsi. Il confronto con la pittura tedesca funziona finché riguarda la freddezza dello sguardo e l’evidenza delle cose; si interrompe là dove la realtà viene deformata fino alla caricatura. Le etichette, con Cagnaccio, reggono fino a un certo punto. Poi si torna ai quadri. Che hanno soggetti lontanissimi e la stessa temperatura. Un corpo, una banconota, un polsino, una lampada sono dipinti con la stessa precisione. La pittura di Cagnaccio non attenua niente. L’inquietudine, più che dai soggetti, viene di lì.

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