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Arte e Storia

Brueghel, l'allegoria nascosta nei paesaggi

Esposte fino al 31 gennaio le tele dei pittori fiamminghi, padre e figli. I quadri appaiono semplici solo in apparenza

Famosi La mostra «I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa» è in corso a Palazzo Reale da oggi al 31 gennaio: sono esposte più di 80 opere tra dipinti, disegni e stampe. A sinistra «Proverbio del bevitore» di Pieter Brueghel il Giovane, a destra dall'alto «Allegoria della pittura» di Jan Brueghel il Giovane e «Cristo nella tempesta sul mare di Galilea» di Jan Brueghel il Vecchio

A volte, nella storia dell’arte, è un dettaglio a raccontare molto. Pieter Brueghel il Vecchio, geniale capostipite della famiglia di artisti fiamminghi, ad esempio, decise nel 1559 di togliere l’acca dal cognome, per «suonare più latino, più classico»: i figli Pieter il Giovane e Jan il Vecchio la ripristinarono, per emanciparsi dal padre. È anche un’affascinante storia di famiglia quella raccontata nella mostra «I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa», a cura di Carlotta Striolo e ideata da Bernard Aikema (a Palazzo Reale, fino al 31 gennaio, coproduzione del Comune e 24Ore-Cultura). Dimostra inoltre, come già in passato avevano fatto le esposizioni dedicate a Dürer e Bosch, che il Rinascimento non è «monopolio fiorentino», ma un periodo creativo cui le sperimentazioni dal Nord Europa contribuirono moltissimo.

Superando la lettura più tradizionale che ha ridotto il capostipite Pieter il Vecchio a «pittore dei contadini» (leggenda narra che si travestisse per andare alle feste popolari così da poterle riprodurre fedelmente su tela), il percorso espositivo evidenzia la complessa struttura concettuale della sua opera. Aikema spiega che le composizioni bruegheliane scardinano la sintassi classica dell’immagine perché, anziché proporre una singola figura umana, centrale e dominante, presentano scene affollate. E, quindi, sala dopo sala, troviamo un microcosmo densissimo in cui convivono contadini, natura e animali. Lo vediamo fin dall’apertura della mostra con una magnifica «Danza Nuziale», un tempo attribuita al capostipite dei Brueghel e recentemente scoperta come copia di bottega: testimonia quanto il «brand Brueghel» fosse consolidato, oggi diremmo influente. La pittura dei Brueghel è semplice solo in apparenza: si rivolgeva a un’élite in grado di decifrarne i sottili livelli allegorici e morali. Per noi, oggi, che facciamo più fatica a coglierli, ci sono utili pannelli di sala che spiegano i significati nascosti: tutti da gustare quelli dedicati ai Proverbi di Pieter il Giovane (ma attenzione: l’opera originale, ora alle Gallerie d’Italia, arriverà in mostra solo il 19 ottobre). Se Pieter il Vecchio ha posto le premesse formali per una rivoluzione figurativa, è stata la generazione dei figli (e diverse mappe genealogiche in mostra aiutano a orientarsi tra i nomi) ad averla resa un modello di produzione e distribuzione su scala europea. Emblematico a questo proposito il ruolo di Jan il Vecchio, detto «il Brueghel dei Velluti» per la sua minuziosa resa pittorica: arrivò a Milano nel 1595, diventando amico del cardinale Federico Borromeo, che fu suo collezionista. Uno strepitoso vaso di fiori in prestito dalla Pinacoteca Ambrosiana dimostra quanto la nostra città sia stata uno dei centri per la diffusione dello stile fiammingo per la pittura di genere, di paesaggio e per la natura morta. L’«altro Rinascimento» è passato anche da qui.