C’è un momento, nella storia di un mercante d’arte, in cui il rapporto con le opere può prendere una direzione diversa. Non più soltanto comprare, vendere, cercare, scambiare, partecipare alle fiere, costruire il gusto dei collezionisti. Ma trattenere. Sottrarre al mercato alcuni pezzi della propria storia per consegnarli al pubblico. È quello che Roberto Casamonti ha deciso di fare, portando a compimento a Firenze un progetto che oggi assume la forma di un vero museo. Dal 28 settembre Palazzo San Giorgio, sul Lungarno Serristori, è la nuova casa della Collezione Casamonti: circa 250 opere distribuite in 28 sale su due piani, in un percorso che dalla pittura della fine dell’Ottocento arriva alle ricerche del XXI secolo. Il palazzo ottocentesco, restaurato e rifunzionalizzato da Archea Associati, consente per la prima volta di riunire in un solo itinerario opere che dal 2018 erano state presentate a rotazione negli ambienti di Palazzo Bartolini Salimbeni. La novità, però, non sta soltanto nei numeri o nella qualità delle opere. Sta nel fatto che a trasformare una collezione privata in un’istituzione aperta al pubblico è un gallerista, un uomo di mercato che non ha affatto smesso di esserlo. È questa la singolarità del progetto Casamonti: il museo non rappresenta il ritiro di un mercante dalla scena dell’arte, ma quasi il contrario. Da una parte Palazzo San Giorgio, dove le opere vengono sottratte alla circolazione commerciale e diventano patrimonio condiviso; dall’altra Tornabuoni Arte, la galleria fondata nel 1981, che continua a operare a Firenze, Milano e nelle sedi internazionali, partecipando alle principali fiere d’arte del mondo. È una storia che parte da lontano. Roberto Casamonti aveva respirato l’arte in famiglia: il padre Ezio era collezionista di arte italiana del Novecento. Dopo la sua morte, nel 1981, Roberto decide di trasformare quella passione in un mestiere e apre la prima galleria in via Tornabuoni. L’inizio, come spesso accade nelle storie che diventano grandi, è tutt’altro che trionfale. «Il primo anno fu molto difficile. Non avevo dipendenti e vendevo pochissimo», ha raccontato recentemente. Poi arriva l’incontro che cambia la sua traiettoria: una piccola opera di Lucio Fontana acquistata quasi d’istinto, seguita dall’interesse di un importante collezionista tedesco. L’anno successivo Casamonti gli venderà dieci o dodici Fontana.Fontana diventa una folgorazione e, insieme, un maestro commerciale e culturale. Casamonti ne diventa progressivamente uno dei principali mercanti e collezionisti. Nella raccolta oggi esposta a Palazzo San Giorgio ci sono sei opere dell’artista, tra cui una terracotta del 1935 e due dei quattro «Barocchi» esagonali realizzati nel 1956. È significativo che proprio Fontana abbia accompagnato la storia della galleria: Casamonti racconta che tutte le sue sedi sono state inaugurate con un’opera dell’artista e che lo stesso accadrà con il nuovo ampliamento milanese. Da quella prima galleria è nata negli anni una vera e propria galassia. Tornabuoni Arte ha aperto a Milano nel 1995, a Forte dei Marmi nel 2004, ha sviluppato il settore dell’antico, è arrivata a Crans-Montana nel 1993, a Parigi nel 2009 e a Londra nel 2015, oltre alla più recente sede romana. Una crescita che ha portato la famiglia Casamonti stabilmente nel circuito delle grandi fiere internazionali, da Art Basel a TEFAF, da Frieze Masters ad Art Miami, fino agli appuntamenti italiani. E qui entra in gioco la seconda generazione. Michele e Ursula sono oggi coinvolti nell’attività delle gallerie e nella prosecuzione dell’impresa familiare; Marco Casamonti, architetto, ha avuto invece un ruolo importante nel progetto di trasformazione di Palazzo San Giorgio, realizzato con Archea Associati. Alla creazione di questa prestigiosa collezione hanno contribuito tutti i membri della famiglia, compreso il terzogenito Leonardo. È dunque una vicenda nella quale la parola «famiglia» non è un’etichetta, ma una concreta continuità imprenditoriale e culturale. Roberto ha costruito l’impresa; i figli ne stanno raccogliendo il testimone.Palazzo San Giorgio è però soprattutto il luogo nel quale emerge il Casamonti collezionista. E la raccolta racconta un gusto preciso, pur senza voler essere una storia sistematica dell’arte. Ci sono i grandi maestri italiani e internazionali, ma anche scelte meno prevedibili, artisti amati personalmente, incontri, intuizioni, opere acquistate quando magari non avevano ancora raggiunto la loro attuale consacrazione. Bruno Corà, che ha curato il catalogo della collezione, l’ha definita una raccolta «dinamica», aperta a nuove integrazioni. Il percorso comincia dalla fine dell’Ottocento e ha anche una componente autobiografica. C’è, per esempio, il ritratto del padre Ezio Casamonti dipinto da Ottone Rosai nel suo atelier nel 1895. Poco distante compare il ritratto della principessa Demidoff eseguito da Vittorio Corcos nel 1911; poi un Giacomo Balla ancora lontano dalla piena esplosione futurista, con la Grande serata nera al Salone Margherita del 1903-1904. Sono opere che introducono il visitatore in un Novecento nel quale figurazione, avanguardia, metafisica e astrazione cominciano progressivamente a incrociarsi.Poi arrivano de Chirico, Picasso, Kandinsky, Dalí, Max Ernst, Magritte. Picasso è rappresentato, fra l’altro, da Deux Pigeons del 1960 e Combat de faune et de centaure del 1946. E c’è Basquiat, con un grande Untitled del 1984, testimonianza dell’attenzione di Casamonti anche per la cultura americana e per le ricerche che hanno trasformato la pittura negli ultimi decenni del Novecento. Ma il cuore italiano della collezione è particolarmente forte. Fontana, naturalmente, ma anche Alberto Burri, con due Sacchi e una Combustione; Piero Manzoni, Alighiero Boetti, Piero Dorazio, Emilio Vedova, Marino Marini, Giorgio Morandi, Enrico Castellani, Giuseppe Penone, Mario Merz, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini. Non manca praticamente nessuna delle grandi linee della ricerca italiana del dopoguerra, dallo Spazialismo all’Informale, dall’Arte Povera alla Pop Art, fino alla Transavanguardia e alle esperienze più recenti. E tuttavia sarebbe riduttivo leggere Palazzo San Giorgio come una successione di nomi da manuale. La sua forza sta proprio nella soggettività. Lo stesso Casamonti lo rivendica: le opere non sono state scelte per costruire una tassonomia neutrale, ma attraverso una lunga esperienza personale. «So vedere il bello e difficilmente sbaglio», ha detto con la sicurezza che lo contraddistingue. E infatti questa collezione è, prima ancora che enciclopedica, autobiografica: ogni opera racconta anche qualcosa dell’uomo che l’ha incontrata.È forse questo il vero interesse di Palazzo San Giorgio. Non soltanto vedere insieme 250 opere importanti, alcune delle quali di qualità museale, ma entrare nella testa di un mercante che per più di mezzo secolo ha guardato l’arte contemporanea dal punto di vista privilegiato — e rischioso — di chi deve riconoscere il valore prima degli altri. La sua è stata una lunga partita con il mercato. Casamonti stesso ha ricordato come per anni il sistema dell’arte lo abbia considerato soprattutto un mercante, in una fase nella quale sembravano godere di maggiore prestigio i galleristi «talent scout». Poi sono arrivate la consacrazione internazionale, le grandi fiere, i rapporti con musei e istituzioni e, nel 2020, il premio alla carriera dell’ANGAMC. Oggi il paradosso è diventato una forza: il mercante ha creato il museo senza smettere di fare il mercante. La Tornabuoni continua a cercare, comprare, vendere, organizzare mostre e frequentare il grande circuito internazionale; Palazzo San Giorgio conserva invece ciò che Casamonti ha deciso di non rimettere più sul mercato. «Le opere della collezione saranno inamovibili», ha dichiarato: chi vorrà vederle dovrà venire a Firenze. È una scelta quasi controcorrente in un mondo nel quale anche le collezioni private sono spesso percepite come riserve di opere disponibili a seconda delle occasioni. Qui accade l’opposto: il valore economico viene, almeno per questi lavori, congelato per lasciare spazio al valore culturale. E Firenze, città nella quale l’arte moderna e contemporanea ha avuto storicamente un ruolo meno centrale rispetto al Rinascimento, si ritrova con un nuovo indirizzo museale proprio grazie a un uomo nato nel mercato. Se c’è un artista che più di ogni altro racconta la parabola di Casamonti, è Lucio Fontana. Non soltanto perché nella collezione sono conservate alcune opere importanti del maestro dello Spazialismo, ma perché Fontana fu l’incontro che trasformò il giovane gallerista in mercante internazionale. Il primo acquisto, quasi casuale, arrivò all’inizio degli anni Ottanta; da allora Fontana è diventato una presenza costante nella storia della Tornabuoni, tanto che ancora oggi le nuove sedi della galleria ripartono simbolicamente da lui. La collezione comprende sei importanti opere del maestro spazialista Fontana, fra cui una terracotta del 1935 e due dei quattro “Barocchi” esagonali del 1956. Accanto a Fontana, uno dei colpi d’occhio più forti di Palazzo San Giorgio è il monumentale Untitled del 1984 di Jean-Michel Basquiat, 223,5 per 198 centimetri. È un’opera che lo stesso Casamonti considera fra quelle che meglio rappresentano la sua collezione: «vale senza dubbio una visita», ha detto. E in effetti quel Basquiat racconta bene l’ambizione della raccolta: non soltanto documentare il Novecento italiano, ma mettere in dialogo i suoi protagonisti con Picasso, Kandinsky, Magritte, Warhol, Haring e le generazioni della contemporaneità. Tra gli altri pezzi forti di questa collezione imponente, merita senz’altro segnalare Alighiero Boetti, Tutto, 1992-94 un’opera gigantesca che Casamonti stesso cita fra i lavori ai quali è particolarmente legato. E poi altre chicche come un’opera del ’62 di Michelangelo Pistoletto, opera del 1962, anche questa ricordata direttamente da Casamonti nella sua selezione personale. due Sacco e una Combustione , di Alberto Burri, Deux Pigeons di Pablo Picasso, “Gran serata nera al Salone Margherita” di Giacomo Balla (1903), il ritratto di Ezio Casamonti di Ottone Rosai. Casamonti ha definito Palazzo San Giorgio il «coronamento di una vita». A 86 anni, dopo aver costruito quasi da zero una galleria diventata internazionale, aver attraversato crisi, mode e trasformazioni del sistema dell’arte e aver coinvolto progressivamente i figli nell’impresa, il gallerista consegna alla città una parte essenziale della propria storia.La partita, però, non finisce qui. Perché se Palazzo San Giorgio è il luogo della memoria, Tornabuoni Arte resta quello della ricerca. E i figli Ursula e Michele sono già al lavoro. Il museo racconta dunque il passato ma la galleria continua a costruirne il futuro. In fondo è questa la particolarità della sua impresa: aver trasformato il mercato in collezione e la collezione in patrimonio, senza mai smettere di cercare la prossima opera.

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