Lo avevamo lasciato ad Arles, la notte del 23 dicembre 1888, con un sospetto addosso: che l’orecchio di Vincent van Gogh glielo avesse staccato lui, Paul Gauguin, con una sciabola, da spadaccino qual era. Forse. Nessuno lo ha provato, ma io propendo per il sì, ed ecco perché. Tre settimane dopo, da Parigi, chiese indietro una cosa sola dalla Casa Gialla. Non un quadro, non una parola per l’amico con la testa fasciata: «con gran fracasso», scrive Vincent a Theo il 17 gennaio 1889, «ha reclamato le sue maschere e i guanti da scherma». La storia del rasoio, con Vincent che lo insegue per strada, la scrisse quindici anni dopo, quando Vincent era morto e non poteva smentire. Ecco chi c’era sotto la maschera: uno che prima di diventare un mito era, per dirla nella sua lingua, un salaud. Va be’, lo dico: uno stronzo. E un affamato. Modigliani e Van Gogh furono rincorsi dalla disgrazia; lui la rincorse, la raggiunse tutta e la attaccò a chiunque gli passasse accanto. La sua storia comincia in un posto che si chiama Porto della Fame.
Nasce a Parigi nel 1848. L’anno dopo il padre, giornalista repubblicano, imbarca la famiglia per il Perù e muore di colpo in uno scalo nello stretto di Magellano. Lo seppelliscono a Fuerte Bulnes, in capo al mondo, accanto a una baia che sulle carte si chiama Puerto del Hambre: il Porto della Fame. Paul ha quattordici mesi. Cresce a Lima e per tutta la vita dirà «sono un selvaggio del Perù», millantando un sangue che non aveva. La prima maschera. A diciassette anni va per mare; la madre muore mentre lui è in India, e lo sa mesi dopo. A ventitré è un orfano con la casa bruciata dai prussiani.
E qui la sorpresa: diventa un borghese di prima qualità. Agente di cambio alla Borsa di Parigi, fino a trentamila franchi l’anno, una moglie danese, Mette-Sophie Gad, cinque figli, una collezione di Cézanne e Pissarro. La domenica dipinge. Sono i soli dieci anni senza fame. Nel 1882 la Borsa crolla e lui fa quello che farà sempre: invece di rimettersi a tavola, butta la tavola in mare. Lascia il lavoro: farà il pittore e basta. Ha trentacinque anni, cinque figli e nessun quadro venduto. Poi Copenaghen, dai suoceri che lo disprezzano, a vendere teloni impermeabili in una lingua che non sa. Torna a Parigi col figlio Clovis, sei anni; gli altri quattro li rivedrà una volta sola. Fa l’attacchino alla Gare du Nord per cinque franchi al giorno; il bambino prende il vaiolo e lui non ha i soldi per il medico. La moglie vende la collezione per sfamare i figli, lui le scrive che l’arte viene prima. Primo contagio: una moglie e cinque figli con la fame al posto suo. Nel 1887 va a Panama e scava per la compagnia del canale finché lo licenziano; in Martinica si prende dissenteria e malaria, e il compagno di viaggio, Charles Laval, si prende la febbre gialla e tenta di uccidersi. Poi Theo van Gogh gli offre centocinquanta franchi al mese per andare ad Arles. Accetta per i soldi, e lo confessa in una lettera a un amico.
Dopo quella notte lascia Arles senza passare dall’ospedale. A Parigi, il 28 dicembre, viene a sapere che all’alba ghigliottinano un assassino, Prado: ci va, e aspetta tutta la notte al freddo per vedere cadere la lama. Poi modella una brocca a forma della propria testa, occhi chiusi, vernice rossa che cola dalle orecchie. A un conoscente scrive che l’amico «è diventato pazzo furioso» e che lui ha vissuto un mese «nel terrore di un incidente fatale». Non dice per chi tremasse.
Poi la fame di paradiso, la peggiore. Nel 1891 vende i quadri all’asta, saluta i figli per l’ultima volta e sbarca a Tahiti, dove trova la gendarmeria, i missionari e il re appena morto di alcol. Il paradiso l’hanno già chiuso. Allora fa la cosa più sua: se non esiste, lo dipinge.
In una capanna si prende una ragazza, Teha’amana; lui stesso scrive che aveva tredici anni. Lo dico una volta, perché è un fatto, e passo oltre. Torna in Francia con un’eredità e la brucia in un anno; a Concarneau fa a pugni con dei marinai, che a calci gli spaccano una caviglia: da allora il bastone, il dolore, la morfina. Riparte per Tahiti, stavolta per sempre. Il secondo paradiso è peggio del primo: gambe piagate, quadri che tornano indietro invenduti. Nel 1897 una lettera gli dice che la figlia Aline, la preferita, è morta a diciannove anni; risponde alla moglie con una lettera di odio, e poi non le scrive più. Dipinge il suo testamento, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, e sale in collina con l’arsenico. Ne ingoia troppo, vomita, sopravvive. Per campare fa il disegnatore all’Ufficio lavori pubblici di Papeete, sei franchi al giorno. Lui che ne faceva trentamila l’anno.
Nel 1901 scappa ancora, alle Marchesi. Il terreno glielo vende la missione: va a messa finché il vescovo firma, poi in chiesa non entra più. Sopra la porta della capanna scolpisce il nome: Maison du Jouir, la Casa del Piacere. L’esatto contrario del Porto della Fame, cinquantatré anni dopo. Dentro, una ragazzina del posto, un fucile, la morfina. Fuori, la guerra: scolpisce il vescovo in forma di diavolo con le corna e lo pianta davanti alla porta, dice agli indigeni di non pagare le tasse, denuncia i gendarmi, che lo denunciano. Nel marzo 1903 lo condannano a tre mesi di prigione. L’8 maggio il vicino Tioka lo trova morto nel letto: cinquantaquattro anni, una gamba in cancrena, la siringa vuota sul comodino. Lo seppellisce in terra cattolica proprio il vescovo con le corna, che scrive ai superiori: niente da segnalare, salvo la morte di «un individuo spregevole di nome Gauguin, artista di qualche fama ma nemico di Dio».
All’asta dei suoi beni, a Papeete, un suo quadro, un villaggio bretone sotto la neve, fu appeso capovolto, battuto come «Cascate del Niagara» e venduto per sette franchi. Nel 2015 un suo quadro tahitiano è stato venduto per circa duecento milioni di dollari. Gli acquirenti sono i soli al mondo a cui non abbia attaccato la sua disgrazia. Se i quadri siano belli, lo giudichi ciascuno secondo il suo gusto. Che rendano, non si discute. Nel 2000, nel pozzo della Casa del Piacere, hanno trovato un barattolo con dei pennelli e quattro denti: suoi, dice il Dna di un nipote. E nel 2016, nello stretto di Magellano, la stessa prova del Dna ha riconosciuto le ossa del padre. Padre e figlio ritrovati in capo al mondo, a quindicimila chilometri l’uno dall’altro. Dal Porto della Fame alla Casa del Piacere passano cinquantaquattro anni, e in mezzo quest’uomo non fu sazio un giorno. Di lui restano quattro denti in un barattolo. Gli attrezzi della fame.
