Nel maggio del 1962, al XV Festival di Cannes venne presentato Mondo Cane, un film diretto da Gualtiero Jacopetti, diventato celebre come capostipite della lunga serie dei mondo movies. Il documentario era un collage di scene cruente, scioccanti, bizzarre, accompagnate dai commenti ironici e filistei di una voce fuori campo. In uno spezzone di pochi minuti si poteva vedere anche Yves Klein, che, in smoking e con sguardo ieratico, dava il via a una performance: un'orchestra eseguiva la sua Symphonie Monothone (una nota sola, tenuta all'infinito), mentre mezza dozzina di modelle nude si immergeva in una vasca di International Klein Blue, per poi imprimere le sagome dei propri corpi su di un lenzuolo. La scena era stata girata l'anno precedente, con il consenso di Klein, intesa come replica fedele della Anthropométries de l'époque bleue, la celebre performance tenuta alla Galerie Internationale d'Art Contemporain di Parigi nel 1960. Klein, che era in sala a Cannes, indignato per come la sua arte fosse stata tradita e svilita da Jacopetti commento derisorio, inquadrature voyeuristiche delle modelle nude, la Symphonie Monotone sostituita da un sonoro melodico uscì dalla proiezione ed ebbe un malore.
Il libro di Yves Klein Superare il problema dell'arte (Il Saggiatore, pagg. 390, euro 30; traduzione di Francesca Coppola) è un testo fondamentale per capire l'artista. Curato da Marie-Anne Sichere e Didier Semin, pubblicato in Francia anni fa, esce ora in Italia: il volume raccoglie l'intera, ricca produzione di scritti teorici di Yves Klein, raramente andati in stampa se non per poche e parziali pubblicazioni risalenti agli anni '50 e '60, a lungo disponibili solo sul mercato collezionistico. «Tra le numerose voci che si vorrebbe ogni giorno aggiungere al Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert» scrivono Sichere e Semin nella prefazione «starebbe bene questa: Yves Klein, clown mistico». Ecco, di fatto era stato proprio assecondando tale avvilente luogo comune che Jacopetti aveva ritratto l'artista francese in Mondo Cane, luogo comune che rimava con la percezione media, in quegli anni, dell'arte più di rottura, come le compressioni di carrozzerie d'auto di César o le accumulazioni in resina di Arman, due esponenti del Nouveau Realisme, movimento a cui, non a caso, il critico Pierre Restany aveva annesso Klein. Ma d'altronde anche oggi cosa ci ricordiamo di Yves Klein? Le sue opere monocromatiche, il fatto che abbia brevettato un colore, le modelle nude delle Anthropométries, il fotomontaggio in cui sembra si stia gettando nel vuoto dall'alto di un muro di cinta. La figura di un eccentrico, di un buffone, di un esaltato. Che ovviamente non era. La sua fortuna nel mondo dell'arte è quella dei maestri, Klein è ampiamente musealizzato e il suo valore collezionistico surclassa quello degli amici Arman, César, Tinguely: ha un record price che si avvicina ai 40 milioni di dollari, e la grande tela dell'Anthropométrie de l'époque bleue, (quella realizzata nella performance poi replicata in Mondo Cane) è passata da Christie's nel 2022 per 27 milioni di sterline.
La sua breve e avventurosa vita si presterebbe, ma Superare il problema dell'arte non contiene autobiografia o aneddotica. Quando c'è, va enucleata dall'elenco di dati e dal tessuto fittissimo dell'elaborazione teorica. È il caso per esempio del brevetto depositato per il suo celebre blu, qui riportato integralmente: c'è la ricetta integrale della preparazione chimica, e se vi va potete replicarlo. È il caso anche del lungo scritto che dà il titolo al volume e che ruota intorno al vernissage di Le vide, il vuoto, mostra tenuta il 28 aprile 1958 a Parigi, nella galleria di Iris Clert. Non c'era nulla in galleria, niente quadri o sculture, le pareti erano dipinte di bianco, Klein passeggiava per gli spazi vuoti, agli invitati veniva offerto un cocktail di gin, cointreau e blu di metilene, e blu era il colore di cui erano dipinti gli esterni della galleria. Nello scritto c'è la cronaca della serata e il suo scopo: la «creazione di un'atmosfera, di un clima pittorico reale e proprio per questo anche invisibile». Perché, scrive ancora Klein, «tutti i dipinti, quali che siano, figurativi o astratti, mi fanno l'effetto di essere finestre di prigione, le cui linee, precisamente, sarebbero le sbarre». Klein cercava l'eliminazione della figura pittorica, la liberazione del colore nella sua purezza, l'immaterialità vibrante dell'arte, e da qui i monocromi con il colore steso a rullo, il vuoto, le opere pneumatiche fatte d'aria, in sintonia con il misticismo della disciplina, la vita impegnata ogni minuto nella ricerca, il superamento della materialità. In una parola: dall'arte pretendeva l'assoluto. Nel libro c'è tutto.
Manca solo uno scritto, un'analisi, una reazione al disgraziato trattamento che gli fu riservato in Mondo Cane. Sfortunatamente non ebbe il tempo di scriverlo: il malore al Festival di Cannes del maggio 1962 fu il prodromo dell'attacco di cuore che l'avrebbe portato via poche settimane dopo, il 6 giugno, a soli 34 anni.