Stefania Divertito, giornalista napoletana, a partire dal Duemila ha iniziato a indagare sull’uranio impoverito: viaggi in Bosnia, in Serbia e in Irak, dove è stato usato come arma, incontri, interviste, inchieste. E poi, dopo essersi occupata delle persone coinvolte, si è chiesta: che cosa succede quando i riflettori si spengono sulla guerra e le sue vittime ma una sostanza come quella rimane nel terreno? È stato il seme di
Guerra e clima (ilSaggiatore, pagg. 230, euro 18), un saggio in cui racconta come i conflitti lascino talvolta una eredità micidiale alla Terra, alla quale ovviamente le sue creature, noi per primi, non siamo affatto immuni. Si chiama «ecocidio».
Stefania Divertito, è un ambito relativamente nuovo?
«In realtà, in questi vent’anni ho ricevuto stimoli da più parti. Per esempio ho scoperto il lavoro incredibile che si fa in Ucraina, tramite una Procura appositamente creata, per registrare tutti i danni ambientali dovuti all’aggressione russa. A un convegno a Hiroshima ho conosciuto Doug Weir, che ha fondato il Ceobs, un Osservatorio internazionale sui conflitti e l’ambiente: una rete di scienziati, ricercatori e studiosi che raccolgono le prove dei danni ambientali nelle guerre in corso. Per farne che cosa, lo scopriremo, ma intanto a maggio una risoluzione dell’Onu, che l’Italia ha votato e di cui è stata sponsor, ha riconosciuto la responsabilità dei Paesi per i danni ambientali, in tempo di guerra e di pace, il che apre alla possibilità di chiedere i danni».
C’è un luogo, nel cuore dell’Europa, che ci ricorda che cosa la guerra possa fare al pianeta: la foresta di Verdun, che sorge sopra quello che fu il campo di una delle battaglie più cruente della Prima guerra mondiale.
«Quella battaglia l’abbiamo studiata tutti: lì si è scelto di istituire una zona rossa, che è il primo monumento vivente ai danni causati dalla guerra. Nel 1916, per quasi un anno furono esplosi e lasciati nel terreno migliaia e migliaia di proiettili contenenti metalli pesanti come piombo e arsenico, che poi sono stati assorbiti dalla foresta che oggi ricopre il terreno. Dall’alto l’area è bellissima, verde e lussureggiante, ma nessuno può stare lì perché, dopo oltre un secolo, l’eredità di quei metalli pesanti è ancora lì: sono stati bevuti dai corsi d’acqua, dal terreno, dalle radici, dalla vegetazione, tanto che la zona è stata dichiarata non più bonificabile e recuperabile. Una eredità di veleni di cui la terra non si libererà mai».
Il suolo è quello che più subisce danni dalla guerra?
«A Verdun sono ben evidenti le voragini causate dalle bombe: è pieno di crateri, dossi e buche, come la Luna. Il suolo è un protagonista invisibile, rispetto per esempio alle emissioni nell’aria, perciò il danno va poi ricercato; ma il suolo è nutrimento, è falda acquifera, è migliaia di sostanze fondamentali per la vita umana, oltre che agricoltura. A Gaza, per l’inquinamento e le macerie, è coltivabile solo l’1,5 per cento dei terreni rispetto a prima della guerra. In Ucraina, l’ex granaio d’Europa, il patrimonio agricolo è compromesso: tra bombe, mine, proiettili e droni armati con l’uranio impoverito, si stima che il terreno sia difficilmente recuperabile, e parliamo di tre quarti della produzione. E poi c’è stato il disastro della diga di Kakhovka».
Che cosa è successo?
«Una notte del 2023 è stata distrutta la diga, che tratteneva le acque del Dnipro: come risultato, 16 chilometri cubi di acqua si sono riversati a valle, travolgendo ottanta comunità, uccidendo migliaia di persone e anche di animali. Non è tutto, perché l’acqua conteneva i fanghi di depurazione e le acque tossiche di un’industria, perciò oggi quei terreni sono pieni di sostanze chimiche inquinanti. È un ecocidio a tutti gli effetti, ed è uno dei casi per cui l’Ucraina intende chiedere un risarcimento alla Russia presso il Consiglio d’Europa».
Come nasce la parola ecocidio?
«Significa l’uccisione della casa comune, cioè il pianeta, ed è stata utilizzata per la prima volta nel 1970 dal chimico Arthur Galston, quando si accorse che la sua formula per un diserbante era stata utilizzata dall’esercito americano per creare l’Agente arancio: un’arma eccezionale che veniva sganciata nelle foreste vietnamite per devastarle e fare uscire i vietcong ma che, di fatto, bruciava qualsiasi cosa. Oggi c’è chi combatte per fare sì che l’ecocidio diventi il quinto crimine punito dalla Corte penale internazionale, e c’è un dossier aperto all’Onu per creare questo reato, presentato dai giovani di tre piccole isole del Pacifico».
Fra i tanti danni subiti, quali sono i più terribili?
«Mi ha sempre colpito l’incendio dei pozzi del Kuwait durante la ritirata dell’Irak di Saddam Hussein: era una guerra già persa, e quell’atto ha provocato danni tali, oltre alle emissioni di Co2 e ai veleni respirati con l’aria, che un territorio enorme non si può più bonificare. Infatti si è formato quello che i kuwaitiani hanno chiamato tarcrete, un tipo di catrame che ha sostituito il suolo, una melma solidificata che non contiene nutrienti e non ha vita».
Che altro?
«L’uranio impoverito nei Balcani, non solo per ciò che è successo alle persone e ai soldati allora, ma perché oggi sappiamo che cosa accadde all’ambiente, quando l’uranio impoverito smette di essere volatile: una ricercatrice di Sarajevo ha raccolto campioni da un terreno nei pressi di un parco giochi per bambini e ne ha scoperto tracce a pochi centimetri di profondità, dopo trent’anni. I veleni che produciamo durante una guerra restano per anni e anni: i danni proseguono per generazioni e non ce ne liberiamo quando firmiamo gli accordi di pace».
