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Arte e Storia

La signora degli archivi. “La Biennale ha lunga memoria...”

Gli immensi depositi della prestigiosa istituzione culturale veneziana stanno per essere spostati all’Arsenale. La direttrice ci racconta i piani futuri e i segreti “nascosti”, dai disegni di Braque agli Intonarumori

Tradizione e tecnologia Nella foto grande, Debora Rossi, responsabile dell'Archivio Storico della Biennale di Venezia Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti; sopra, tre immagini dell'archivio della Biennale che sta per essere spostato all'Arsenale (fotografie di Andrea Avezzù; Courtesy La Biennale di Venezia)

San Marco dista solo cinque chilometri dal VEGA, come tutti qui chiamano il «Venice Gateway for Science and Technology», il parco tecnologico a Porto Marghera dove si incubano start-up specializzate in economia verde, sostenibilità, design e innovazione. Qui, nel Cygnus, nome poetico per un edificio razionale e funzionale, dal 2003 è ospitato l’Archivio storico della Biennale di Venezia: creatura fascinosa ed eterogenea per testimonianze e supporti, custodisce fotografie, dischi in vinile, manifesti, audiovisivi, articoli di giornale, lettere, verbali, documenti, opere d’arte. Tra i depositi color rosso fuoco, meticolosamente organizzati nei diversi ambienti climatizzati, Debora Rossi, padovana, arrivata alla Biennale quando era una giovanissima praticante per l’Avvocatura dello Stato, nei primi anni Novanta, si muove sicura con la sua figura sottile e la voce pacata. Conosce ogni angolo di questo tesoro di cui è ufficialmente responsabile. Qui è conservato tutto, ma proprio tutto, quel che ruota attorno alla Biennale dalla sua fondazione, dal 1893 ad oggi. Fa una certa impressione a dirlo, ancor più a vederlo.

«Questo archivio è un unicum al mondo perché conserva la memoria di sei settori di attività che la Biennale è chiamata a svolgere per Statuto», ci dice Rossi mentre visioniamo alcune fragili fotografie su lastre di vetro, poi consultiamo foto storiche (magnifiche quelle dedicate alle opere di Umberto Boccioni e Adolfo Wildt) e troviamo uno scatto raro del Supremo Convegno di Giacomo Grosso, l’opera che si aggiudicò il «voto popolare» alla prima Biennale d’Arte e che, per il soggetto carico di erotismo e di morte, si attirò gli strali dell’allora Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, che divenne poi Papa Pio X (ironia della sorte: l’opera fu comprata a un prezzo esorbitante da una società americana ma fu distrutta da un incendio: questa foto è una delle poche testimonianze della sua esistenza).

Apriamo altri faldoni: ecco gli scatti della mostra nel ’48 della collezione della dogaressa Peggy Guggenheim nel Padiglione della Grecia, assente per deficit dopo la guerra. Altri scatti: persone in deliziosi costumi da bagno sulla spiaggia del Lido e altre sedute per le proiezioni all’Excelsior, per la prima Biennale del Cinema nel ’32, e poi, sfogliando ancora, la politica che entra pancia a terra in Laguna con gli infiniti dibattiti immortalati dai reporter e un Pasolini sempre ovunque fotogenicissimo nelle giornate del ’68. Poco distante, i depositi della mediateca (i super8, i vhs...) e perfino una discoteca, con una collezione di vinili pazzesca e anche di cd. E poi volantini, inviti, programmi, manifesti, tutta la rassegna stampa fino ad oggi (parabola triste, quella della Terza Pagina...).

Ci spostiamo in un altro ambiente, più freddo: qui sono conservati i documenti più antichi, dai registri dei verbali delle prime riunioni alle lettere di invito agli artisti e le loro risposte, alcune corredate da disegni (abbiamo visto quelli di Braque e Calder). Rossi ci mostra un registro delle vendite, ché un tempo, prima della riforma degli anni Settanta, la Biennale aveva un ufficio preposto anche agli acquisti delle opere: la Giuditta II di Klimt, ad esempio, fu comprata per 9.900 lire e oggi è nella collezione di Ca’ Pesaro. E poi ancora, in mirabile ordine («tutto va conservato, tutto serve per una ricerca», dice Rossi): oggetti diversi, Intonarumori (strumenti futuristi), la sfera sommitale del Teatro del Mondo di Aldo Rossi, e intravedo anche un’aquila che se ne stava sul padiglione della Germania nazista, opere d’arte e archivi affidati da terzi come, citiamo tra i tanti, l’Archivio Ronconi, quello di Luca Massimo Barbero, Tullio Kezich, Luciano e Maud Giaccari, Sergio Fantoni, Giampiero Brunetta, Paolo Valmarana.

Debora Rossi, tra poco tutto traslocherà all’Arsenale, negli 8mila metri quadrati dei Magazzini del Ferro e delle Officine: come si gestisce una cosa così?

«Con metodo e pianificazione. Il cantiere in Arsenale, dopo due anni di lavoro e un investimento di 38 milioni finanziato dal PNC Piano Nazionale Complementare al PNRR nell’ambito del Ministero della Cultura, sta per terminare: il trasloco vero e proprio, su gomma e su barca, avverrà in accordo con la Soprintendenza tra il mese di dicembre e quello di gennaio, e lo attueremo insieme a tutte le colleghe e i colleghi. Come in tutti i progetti della Biennale il valore aggiunto è la squadra. Contiamo di aprire al pubblico il primo febbraio».

Preoccupata?

«No, concentrata nel tenere i tempi giusti e fare le cose a regola d’arte. Avverto l’orgoglio di portare avanti un progetto così speciale».

Come cambierà l’Archivio in Arsenale?

«Credo che in generale non si possa scindere la Biennale dai suoi spazi. Anche nel caso della nuova sede in Arsenale si otterrà un’osmosi perfetta tra conservazione della memoria e produzione di materia viva e ricerca artistica nel cuore delle mostre e dei festival. L’Archivio non è solo la summa di tutto ciò che abbiamo visto, documenti e materiali, ma, e lo è fin nella sua denominazione, anche un Centro internazionale della Ricerca sulle arti contemporanee. È un unicum ed è al servizio della comunità».

Come avete organizzato gli spazi in Arsenale?

«Oltre allo spazio per i depositi con i compattabili (li abbiamo visti in anteprima: color rosso Biennale, climatizzati, funzionali, ndr), triplicheremo le postazioni per la consultazione: attualmente, tra giovani studiosi, ricercatori, artisti e curatori, gravitano attorno all’Archivio 1.500-2.000 persone l’anno. Quasi tutto è digitalizzato, ma io credo fortemente nell’esperienza fisica, nell’incontro diretto con i materiali e i documenti. Ci saranno anche residenze di ricerca per chi ha bisogno di postazioni di studio sul lungo periodo e un grande spazio polivalente per i progetti speciali, come quello con Marco Paolini per Atlante delle Rive (il 4 novembre, dalle 18 all’una di notte, ndr) su La veglia dell’Acqua Granda».

A proposito: l’archivio ha subito danni durante l’alluvione del ’66?

«All’epoca era a Ca’ Giustinian: non ci risultano notizie particolari».

Quante sedi ha cambiato l’Archivio?

«Diverse. Trovo straordinario riflettere sul fatto che, quando nasce la prima Biennale d’Arte, da un’idea di Riccardo Selvatico, allora sindaco di Venezia, si pensi di conservare tutti i materiali prodotti perché potessero essere utili in futuro anche ad altri artisti. La Biennale appare subito un’istituzione visionaria. L’Italia è appena nata e la prima Biennale d’Arte attira in laguna 200mila visitatori: non è incredibile? Nel 1930 diviene un ente autonomo dello Stato. La storia passa da qui e l’archivio lo testimonia: gli anni delle contestazioni mettono in discussione tutto, negli anni Settanta arriva la gestione di Ripa di Meana e, con il ’98, una nuova riforma. L’archivio, mentre tiene traccia di ogni cosa, trasloca più volte: prima è a Palazzo Ducale, poi a Ca’ Giustinian, poi a Ca’ Corner della Regina, dove era all’avanguardia per gli strumenti di consultazione messi a disposizione degli studiosi, con sale con dispositivi per ascoltare i dischi. Oggi abbiamo Spotify e ci pare banale, ma allora era una novità avere quella potenzialità di fruizione musicale. Nel frattempo, la Biennale di Venezia, unica al mondo, aveva consolidato sei discipline (Arte, Cinema, Musica, Teatro, Danza e Architettura) e con queste si arricchiva l’Archivio. Il periodo al VEGA ci ha permesso di tenere aperta la consultazione al pubblico e di conservare e riordinare tutto in massima sicurezza»

Ora ci si prepara a una nuova fase della Biennale...

«Sono stati anni impegnativi. Ma, se mi si chiede qual è la Biennale migliore, rispondo che sarà sempre la prossima».