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Arte e Storia

Le Grotte di Catullo, scrigno archeologico

Il museo custodisce reperti del territorio. E fino al 4 settembre la mostra “Frammenti” dello scultore bresciano Paterlini

Grotte di Catullo

Sulla punta estrema della penisola di Sirmione, protesa sulle acque cristalline del Lago di Garda, il Parco Archeologico delle Grotte di Catullo custodisce i resti di una delle più grandiose ville residenziali d’età romana dell’Italia settentrionale. Estesa su due ettari e immersa in uno storico uliveto con piante secolari, l’area offre un percorso straordinario tra storia e paesaggio: è un luogo dal fascino unico, una delle perle archeologiche della nostra regione. A dispetto del nome arcaico nato quando i resti interrati parevano cavità naturali, da cui appunto il termine «grotte», una volta arrivati ci si trova dinanzi alle imponenti strutture di una dimora patrizia articolata su più livelli con portici, terrazze panoramiche e aree termali. Tra le testimonianze più affascinanti spiccano la spettacolare «Trifora del Paradiso» affacciata sul lago, i maestosi archi del Grande Criptoportico e la grande Cisterna pavimentata a spina di pesce: all’interno del complesso, il Museo Archeologico Nazionale custodisce i reperti del territorio, tra cui prestigiosi mosaici e affreschi in stile pompeiano, uno dei quali ritrarrebbe il poeta veronese Catullo (ed ecco dunque spiegato il nome del sito archeologico). Ebbene, all’interno di questo scrigno, fino al 4 ottobre, si accende un dialogo suggestivo e ben riuscito tra passato e presente: il museo ospita «Frammenti», mostra personale dello scultore bresciano Francesco Paterlini, curata da Flora Berizzi e Michele Tavola e promossa dalla Direzione regionale Musei nazionali Lombardia.

L’esposizione raccoglie venti opere tra sculture in pietra, terracotta e installazioni. Privati simbolicamente di ogni titolo, i lavori di Paterlini non sono collocati in una sezione isolata, ma si mescolano all’allestimento permanente in un’avvincente «caccia al tesoro». L’intervento si trasforma così in un’unica grande installazione in cui l’antico e il contemporaneo si specchiano a vicenda. L’intento dello scultore lombardo è indagare la frammentarietà, condizione intrinseca di ogni collezione archeologica, rileggendola con gli occhi dell’oggi. Lungo il percorso il visitatore incontra tempietti e rilievi lapidei con dettagli architettonici romani contaminati da figure di blatte e corpi distesi, sigilli affiancati da tavolette iscritte e piccoli sarcofagi a capanna. Frammenti di teste e arti danneggiati restituiscono l’immagine d’una rovina fatale, mentre nel corridoio centrale s’innalza una torre in terra e gesso, pensata come se fosse un’astronave per connettere dimensioni temporali lontane. L’incontro tra i reperti antichi e l’azione scultorea di Paterlini attiva un cortocircuito sull’eterno ritorno e sulla ciclicità del tempo: il frammento perde la veste di sola testimonianza storica da tutelare per farsi specchio della società contemporanea, dove l’erosione consumistica e il degrado materiale riflettono una decadenza anche spirituale. Richiamando più volte il tema del tempietto domestico, l’artista riflette anche sul tema del sacro e collega la storia dell’Antica Roma, alla base della nostra civiltà occidentale, alle vorticose trasformazioni del presente e alle incertezze del futuro.

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