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Arte e Storia

L’intervista del Giornale a Al-Aswani: “Le dittature hanno bisogno di complotti per sopravvivere”

Lo scrittore egiziano racconta nel suo ultimo romanzo l’Alessandria cosmopolita cancellata dal regime di Nasser. Dalla convivenza tra culture e religioni alla repressione, fino alla rivoluzione del 2011: “Il futuro appartiene alla rivoluzione”

Alessandria, la città magica dove c'è tutto tranne la felicità

Siamo nei primi anni Sessanta, ad Alessandria d’Egitto. Un gruppo di amici si incontra ogni sera nel bar di un famoso ristorante. Hanno origini diverse, egiziani, italiani, greci e francesi, ma si sentono soprattutto alessandrini, figli di una città dove regna la tolleranza, l’umanità e il rispetto del prossimo. Alessandria però sta cambiando. Il presidente Nasser abbandona la vocazione socialista per instaurare un regime dittatoriale liberticida che si distingue subito per la sua brutalità. Iniziano arresti, ricatti, torture psicologiche. E’ la trama della storia raccontata nell’ultimo romanzo dello scrittore egiziano di fama internazionale ’Ala al-Aswani “Ad Alessandria gli alberi camminano” (Feltrinelli). Al-Aswani vive ormai da molti anni negli Stati Uniti, ma è nato al Cairo nel 1957 e di professione fa anche il dentista, “per preservare la mia libertà”, spiega. La sua prima opera, Palazzo Yacoubian, ha suscitato grande scalpore ed è il romanzo più venduto nel mondo arabo.

Signor Al-Aswani, lei intreccia spesso nei suoi romanzi le vicende personali dei personaggi a quelle storiche e sociali del suo Paese. Perché?

In letteratura è importante che il lettore capisca le intenzioni, le emozioni, i drammi, i sentimenti e il punto di vista dei personaggi. Alessandria per decenni è stata una città cosmopolita, è stata un esempio unico di tolleranza. Un tuo vicino poteva essere un italiano o un greco, ma tutti si sentivano cittadini dell’Egitto. Gli armeni facevano il servizio militare. Nella guerra del 1956 i greci difesero le nostre città. Le dittature però per sopravvivere hanno bisogno di xenofobia e teorie cospirative. A un certo punto gli stranieri non si sono più sentiti benvenuti. Ad Alessandria vivevano molti artisti, poeti, cantanti, musicisti, dovettero lasciare il Paese, ma scrissero bellissimi poemi e canzoni sulla città.

C’è anche un personaggio italiano Carlo Sabatini. Che ricordi ha della comunità italiana ad Alessandria?

Era molto forte e grande. Non era una comunità isolata. A testimoniarlo sono le tante parole italiane nella nostra lingua, l’arabo egiziano: roba vecchia, avvocato, manifesto.

Perché l’Egitto di Nasser si è tramutato in una dittatura intollerante?

Ogni dittatura è intollerante, mentre la democrazia è tollerante. Nelle dittature non c’è fiducia, si pensa che l’altro possa essere sempre una spia, si vive nella paranoia. Le teorie cospirative sono diffuse, di ogni errore viene incolpato il nemico, questo per spaventare le persone, così che il dittatore proponga se stesso come il padre che li protegge.

Che cos’è l’amicizia, che lega in maniera così forte i suoi protagonisti?

Ad Alessandria è stata la normalità per decenni. Per tre mesi all’anno io ero lì ospite di mio zio. Molti miei amici erano di origine europea. Ma non abbiamo mai pensato di essere differenti. Parlavano perfettamente egiziano.

Anche l’amore è un motore potentissimo…

L’uomo ha bisogno dell’amore, del vero amore, senza la vita diventa impossibile. E’ il sentimento più importante. La maggior parte della storia è una storia politica. La letteratura invece è capace di scrivere una storia umana. Descrive come le persone vivono ad esempio una dittatura. I giovani, gli adulti, gli italiani, i greci, gli egiziani…

Com’è l’Alessandria di oggi?

E’ molto lontana dall’immagine che io ho descritto nel mio libro. Ma Alessandria è stato un esempio unico di tolleranza e coesistenza. Come Al-Andalus, l’attuale Andalusia, dove vivevano in pace cristiani, ebrei e musulmani.

Perché in Egitto la rivoluzione del 2011 ha divorato i suoi figli?

Ci sono due aspetti da tenere presenti: gli islamisti e la dittatura militare, e poi c’è la rivoluzione. Io sono ottimista, ho letto molto sulla Rivoluzione francese e penso che il futuro appartenga alla rivoluzione. Anche in Francia è stato così, sebbene inizialmente si pensava fosse stata sconfitta.

In che modo si può arginare la prepotenza delle classi dominanti, presente per esempio in “Cairo Automobil Club”?

La realtà è complessa. Nel libro ci sono due personaggi: il direttore dell’Automobile Club che è tracotante e sua figlia che ama l’Egitto. Non bisogna generalizzare. I potenti sono arroganti perché vogliono comandare, mantenere il potere.

La manipolazione e la sottomissione al potere, sono parte della storia dell’Egitto?

Io lascio parlare i miei personaggi. Chantal la adoro, ma non sono d’accordo con lei quando dice questo. L’Egitto ha combattuto per diventare indipendente e una democrazia. Il problema sono le dittature. Anche in Europa ci sono state le dittature.

Com’è vissuta la religione nel suo Paese?

In Egitto si era molto tolleranti. Ognuno poteva decidere se andare in chiesa, in moschea, al casinò o al bar. Nessuno imponeva nulla. Molti egiziani però alla fine degli anni 60 andarono a lavorare nei Paesi del Golfo e ritornarono wahhabiti, che è un’interpretazione della religione chiusa, aggressiva. Anche Mohammed Bin Salman la promose e fu appoggiata dagli Stati Uniti per contrastare il comunismo. In Afghanistan i wahhabiti combatterono contro i comunisti. Molti erano a libro paga della Cia. Questa versione dell’islam non può coesistere con le società moderne. Ma nel 2011 quando ci fu la rivoluzione, iniziò a decrescere, questo perché la rivoluzione è una liberazione della mente.

Lei crede?

Io credo in un Dio in senso umano. Ovvero credo che un Dio abbia creato il mondo, che sia il riflesso dei valori umani, della giustizia, della libertà, che difende i poveri, gli oppressi. E penso che chi rispetta questo valori sia vicino a Dio.

Come mai è passato dalla professione di dentista a quella di scrittore?

Di solito si amano più gli scrittori che i dentisti, da loro ci si va malvolentieri! Mio padre è stato uno scrittore famoso in Egitto ed era un avvocato, si chiamava Abbas Al-Aswani. E’ stato anche il mio mentore e molto presto mi disse che avevo talento nella scrittura, ma anche che dovevo avere un’altra professione per essere libero. I dittatori fanno pressione sugli intellettuali perché scrivano a loro favore. Io non sono mai stato pagato dal governo egiziano. Poi, ogni mio paziente non è solo un paziente, ma un amico, parliamo, mi racconta della sua vita, dei suoi problemi, beviamo il caffè insieme. Continuano a venire nel mio studio anche quando non hanno bisogno di nessun trattamento.

Qual è il suo sogno più dolce?

Per l’Egitto che diventi una democrazia dove vengano rispettati i diritti umani e alla popolazione siano date opportunità. E per me, che continuo a scrivere storie che verranno apprezzate come lo sono state finora.

Il suo prossimo libro?

Sarà sulla mia esperienza a New York, ci saranno personaggi americani, messicani, ma naturalmente anche egiziani…

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