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Arte e Storia

Savinio parla dal Museo del Novecento

Kosuth ha scelto una frase dell’artista per la “scrittura di luce” di 28 metri visibile dall’esterno dell’Arengario

In dialogo con la città A sinistra il celebre «neon» di Lucio Fontana, visibile da piazza Duomo. A destra, la nuova installazione di Joseph Kosuth che si può ammirare da via Marconi

È un cantiere aperto, il Museo del Novecento che si trova nell’Arengario, affacciato su piazza Duomo. Il work in progress non riguarda solo il raddoppio degli spazi nel palazzo «gemello», ovvero il Secondo Arengario, in futuro collegato da un’avveniristica passerella che promette affacci inediti sul centro. Se per questo importante cantiere affidato alla progettazione dell’architetto milanese Sonia Calzoni dovremo aspettare un paio d’anni, alcuni recenti cambiamenti meritano il racconto. Qualcuno forse avrà notato che è da poco apparsa, sul muro esterno del museo, lungo via Marconi, la nuova installazione site-specific di Joseph Kosuth Vedere le cose (per A.S.) (2025). È una «scrittura di luce» che si estende per 28 metri e dialoga con la città, potendo essere letta e vista da tutti. «Il presente, che è nel tempo quello che la facciata è nello spazio, impedisce di vedere le cose in profondità»: questa la frase, tratta dagli «Scritti dispersi» (1943-1952) di Alberto Savinio, che Kosuth ha scelto, proponendo una riflessione che invita a superare l’immediatezza del presente per cercare nuove possibilità di senso.

Acquisita dal Comune, l’installazione dell’81enne artista concettuale statunitense è entrata a far parte della collezione permanente del museo. Parliamo di uno scrigno dedicato all’arte del XX e XXI secolo, con oltre 300 capolavori. Per un viaggio nel Museo del Novecento non si può che partire dal Futurismo, di cui l’istituzione vanta una delle raccolte più importanti al mondo grazie a opere capitali di Umberto Boccioni (tra cui spicca la celebre scultura «Forme uniche della continuità nello spazio»), Giacomo Balla, Carlo Carrà e Gino Severini. Proseguendo nelle sezioni concepite dal direttore Gianfranco Maraniello, il visitatore approda alle «Controverse modernità», ovvero il periodo tra gli Anni Venti e Quaranta: qui trovano spazio la Metafisica poetica ed enigmatica di Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, la purezza geometrica e silenziosa delle nature morte di Giorgio Morandi e le tele di maestri come Mario Sironi, Arturo Martini e Filippo de Pisis. E se il fulcro e cuore pulsante dell’intera architettura museale è rappresentato dalla Sala Fontana da cui si gode, oltre al monumentale «Neon» di Lucio Fontana concepito per la Triennale del 1951, una vista impagabile sul Duomo, è interessante anche la sezione «Segno e Materia» dedicata agli Anni Cinquanta e Sessanta. Qui si esplora l’Informale, l’Astrattismo geometrico e il percorso di artisti del calibro di Alberto Burri, Emilio Vedova per poi approdare al genio di Fausto Melotti e Piero Manzoni. Le ultime decadi del secolo rivivono nell’area «Gesti e processi», nella cosiddetta «manica lunga» che corre sopra Palazzo Reale e riflette sui percorsi artistici degli anni Settanta e Novanta con un focus speciale sull’Arte Povera (Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti) e sull’Arte Pop. Da non perdere in questa sezione la saletta laterale dove è stata finalmente allestita, superate le polemiche, l’emblematica opera di Enrico Baj «I funerali dell’anarchico Pinelli», e il pezzo finale del percorso espositivo, la struggente «Lullaby», la scultura che Maurizio Cattelan ha creato dalle macerie del muro del Pac di via Palestro, dopo l’attentato mafioso del luglio del 1993.

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