"Mani grandi e mani importanti. Forse mi piace pensarlo perché anche attraverso di loro il suo pensiero veniva tradotto in parole: libri, articoli, recensioni", questa è una delle immagini plastiche nella memoria della figlia di un maestro, Arturo Colombo, professore emerito di Storia delle Dottrine politiche dell'Università di Pavia. Appassionato mazziniano, mai settario né intollerante, sempre accanito lettore di giornali, indipendentemente dalla linea politica che li caratterizzava; ancora, instancabile animatore di iniziative culturali che si faceva anche carico di impegni istituzionali come la presidenza del Centro Manoscritti di Pavia; non ultimo, è stato fine tessitore di relazioni umane all'insegna dell'amicizia, ancora vive dopo la sua scomparsa a Milano il 6 giugno di dieci anni fa.
La ricorrenza è spunto per onorare anche quel suo ricordare le "date e gli anniversari per cui aveva una simpatica mania", come scrivono i figli, Claudio e Chiara, nella premessa a "Direttore, ecco il pezzo". 100 articoli in Terza pagina (1960-2015) uscito a loro cura per Viella (pagg. 256, euro 24). Il volume è il risultato di un lavoro immane su oltre 2mila e 700 articoli e un file ("Mosaico di una vita") di cui nessuno neppure la moglie Elena, preziosa custode e generosa presenza di una vita sapeva nulla. Con questa opera i curatori valorizzano un'attività pubblicistica di cui il Professore andava fiero, anche perché consentiva a lui, storico e docente universitario, una partecipazione più attiva alla vita civile contemporanea: "Un corrierista, alla pari di alcuni grandi giornalisti che non disdegnavano di vedere la loro firma, solitamente destinata alla Prima o alla Terza, anche nelle pagine della cronaca milanese scrive Giangiacomo Schiavi nella prefazione come Buzzati, Montanelli, Biagi e Vergani, consapevoli che il diario cittadino del Corriere è la vetrina migliore per parlare a un pubblico eterogeneo, meno iniziato di altri, ma molto più autentico, un po' come lo sono i loggionisti della Scala".
Un equilibrio, tra accademia e divulgazione, difficilissimo da mantenere; come ricorda lui stesso attraverso il monito del Preside della Facoltà di Scienze Politiche di Firenze: "Stia sempre bene attento, caro Colombo: faccia attenzione che al Corriere non la chiamino professore; e soprattutto, guai se in università le danno del giornalista".
Accademico anomalo, Arturo Colombo era sì un maestro, ma non ex cathedra. Con quel suo tratto distinto, gli occhietti vispi e curiosi, la voce marcata da un "rotacismo nobile che lasciava come un'eco antica di biblioteche, di chiostri in penombra e di Giustizia e Libertà" (così nello splendido fermo immagine di Stefano Spigariol che lo frequentò a lungo come ufficio stampa della FrancoAngeli dove Colombo era di casa), con gentilezza, cambiava la temperatura dei luoghi che frequentava. Un gesticolare di mani a sottolineare e braccia ad avvolgere in una stretta affettuosa l'uditorio: anzi, non solo avvolgere, ma coinvolgere per stimolare il confronto. E così, è stato maestro sia di chi ha poi proseguito negli studi storici Marina Tesoro, Giovanna Angelini e Paolo Gastaldi, per fare solo tre nomi , sia di chi invece ha seguito percorsi laterali, e, addirittura, di chi ha cambiato del tutto strada.
Due esempi per tutti, per capirci. Così lo ricorda Mariapaola Ferretti, che oggi insegna Teoria politica alla Johannes Gutenberg-Universität Mainz: "Generoso col suo tempo sapeva cogliere difficoltà e inquietudini anche di persone che passavano tangenzialmente nella sua vita. Io gli ero passata vicino con una tesi sulla giustizia e il pluralismo dei valori che non prendeva forma e lui mi aveva indirizzato a concentrarmi su Isaiah Berlin.
Non si prese nessun credito, ma mi sostenne in alcuni anni decisivi della mia formazione. E così mi fu chiaro che, diversamente dai ricci, le volpi vedono il mondo attraverso molteplici prospettive, accolgono la complessità e spesso resistono alla tentazione di ridurre tutto a un unico principio".
Anche chi ha cambiato del tutto strada, ha trovato in lui un mentore: "Ero una matricola di Scienze Politiche al Collegio Nuovo di Pavia: una di quelle ragazze fortunate che aveva la sfrontatezza di farsi invitare a cena prima di una sua conferenza racconta Chiarastella Feder Devo confessare che ero e lo sono tuttora, anche per mestiere molto più affascinata dall'ecologia comportamentale che il Professore investigava con la gioia curiosa di un bambino che dalla storia delle dottrine politiche. Aveva letto tutto. Conosceva tutti. Appena andato in pensione, si lamentava bonariamente: sono diventato un Co.Co.Co., ossia un Collaboratore Coordinato Continuativo. Sigla ridicola".
E così, accanto al Maestro, affiora la figura del Ministro, che all'istruzione unisce l'educazione, evocata dall'amico destinatario delle mail del lunedì mattina, Monsignor Gianfranco Ravasi: "Arturo Colombo fu un maestro. Anche se lui certamente si sarebbe schermito di fronte a questa affermazione, forse anche a causa dell'etimologia magister che è uno che si fa magis, più, anche se è vero che il maestro deve essere appunto di più. Ma il magister in latino significa anche padrone. Il professor Colombo in realtà era soprattutto un minister, nel senso etimologico del termine: uno che si faceva minus, pronto a dialogare e a rivolgersi agli alunni in una maniera generosa, costante e comprensiva".
Da ultimo, la lezione del Maestro-Ministro ci porta alla figura dell'Allievo, con quell'umiltà di chi vuole imparare, lui, ghisleriano cresciuto alla scuola di Vittorio Beonio-Brocchieri, amico di famiglia con cui non si laureò per evitare imbarazzi. Non possiamo non sorridere di fronte al suo incontro con Dino Buzzati: "Se non le spiace mi aveva detto dopo qualche settimana dall'inizio della mia collaborazione al Corriere quando la prossima volta porta un pezzo', venga qui anche con la velina: ossia con la copia dattiloscritta con la carta carbone. Non avevo capito il senso di quella richiesta, ma mi ero prontamente adeguato". E non fa una piega di fronte allo scrittore che gli smonta l'articolo in paragrafi e glielo ricompone. Perché l'importante non è scrivere, ma farsi leggere: un inizio può diventare un finale.
E qui, riprendiamo le mani dell'inizio,
evocati dalla figlia, capaci di una carezza tutta particolare: "non era il classico movimento, la sua mano si posava sulla guancia quasi a contenerla e poi si staccava via". Resta, in chi lo ha incontrato, una calda impronta.