Altrove è invisibile o quasi, in riva allo Stretto si spartisce traffici e business con un invidiabile «modello organizzativo» federale e un Epicentro preciso: Archi. È lì che tutto si decide a Reggio Calabria, così dice la Dda reggina, che ha mandato oltre 500 uomini della Polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri a rastrellare boss e picciotti nelle palazzine dove ormai quaranta anni fa scoppiò una guerra di ’ndrangheta da 100 morti l’anno. «Lo Stato non si piega. La lotta alle mafie continuerà a essere una priorità assoluta del governo», scrive su X il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un blitz che scalfisce ma non incrina il potere delle famiglie che da una delle città più povere d’Occidente oggi si stringono le mani sporche del reciproco sangue pur di governare una holding internazionale che gestisce miliardi.
A leggere l’ordinanza cautelare del gip Andrea Iacovelli che ha portato 73 in carcere e altre sei ai domiciliari si sprecano i paradossi mentre si conferma la «struttura unitaria della ’ndrangheta reggina» e la si ricostruisce con nuovi equilibri: come in un girone dantesco c’è Archi al centro e intorno cinque livelli di potere criminale, blindati da regole condivise con una precisa spartizione del territorio e degli affari illeciti, dalle estorsioni agli appalti ferroviari fino al narcotraffico. Ogni famiglia storica reggina controlla il suo feudo e si coordina con le altre, comanda la Provincia divisa in tre parti come la Gallia (tirrenico, ionico e Reggio Calabria città) e decisiva come la Cassazione. Il cui presidente è Giuseppe De Stefano, detto Peppone, erede dello storico casato: a latere i Tegano-Molinetti e gli storici ex rivali dei Condello. Attorno i clan Libri, Lo Giudice, Barreca, Rugolino, Ficara-Latella, Zito-Bertuca, Buda-Imerti e Morelli.
A partire dal 23 luglio sarà necessario aggiornare la password del tuo account.
Segui la procedura guidata "Hai dimenticato la password?", tutti i dati e le informazioni del tuo profilo rimarranno invariati.