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Più clic che baci

San Valentino si festeggia dietro uno schermo. Il paradosso di una generazione sola ma iperconnessa

Più clic che baci
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San Valentino è il banco di prova del paradosso. Intanto è impossibile che le vere urgenze, le grida disperate di chi si strugge davvero per amore («Ho paura», «ti scelgo», «resta»...) possano mai essere incartate con rose rosse inviate in numero dispari o cioccolatini Lindt.
Eppure, in tutto il mondo, si è stabilito che questo è il giorno e questa dev’essere la narrazione.
Perché a qualunque religione romantica si appartenga, c’è sempre un obbligo molesto incastrato nel 14 febbraio, che inzuppa il cuore come l’alchermes, lo rende morbido e dolciastro. E poi c’è l’incresciosa stortura della differita: ormai San Valentino è fatto più • di clic che di baci. Stando al volume di conversazioni il picco digitale di interazioni legate alla festa degli “innamorati” è previsto per oggi tra le 13 e le 15. E solo nell’ultima settimana, la parola chiave “San Valentino”, ha generato 2.6 milioni di reaction giudicata positiva dal 90 per cento degli utenti.
Ah e naturalmente gli emoji.
Per chi scarseggia di amplessi e parole gli invii più affannosi sono stati: l’abusato cuore, il commerciale pacchetto regalo e l’immancabile rosa. Facile comprendere perché “innamorati”, a questo punto, vada solo tra virgolette. Un tempo il modo di festeggiare, e ancor più quello di evitare di farlo, connotava: ora che tu sia un palestrato affrescato di tatuaggi o una ragazzina minuta assemblata dalla natura per non attirare l’attenzione, non fa differenza. Sempre dietro uno schermo starai. Non che i ristoranti e gli alberghi non siano stati prenotati (quest’anno la ricorrenza piomba perfetta a inizio week end), ma l’overbooking è dato per lo più dalla generazione analogica che sente il dovere di “sbrigare la pratica”. Le donne di una certa età (dalle quarantenni in su) hanno finto di essere emancipate per anni e poi perfino quelli che se le sono sposate hanno capito: chi se ne frega di San Valentino un tubo! Meglio mettersi al riparo dal dubbio col fiorista sotto casa e un ristoratore compiacente. Meglio ritrovarsi all’ultimo convulsamente intenti a pagare qualcosa, qualunque cosa, pur di tenerla calma dimostrandole oggi, proprio oggi, che l’amano alla follia da qualunque angolazione. Comunque. È vero che la maggior parte delle signore dichiara di trovare San Valentino una festa grottesca ma ci sono disposizioni incerte dello spirito che possono sfociare in un litigio o in un abbraccio, ed è sempre meglio evitare il primo.
Per tutti gli altri, per quelli che restano dietro a uno schermo perché non hanno il coraggio di prendere dimestichezza con gli sguardi, le mani che si incrociano e i corpi che lottano, per quelli che preferiscono rimanere eternamente al riparo dall’idea sbagliata, dalla prenotazione imperfetta, o dal dare davvero qualcosa di sé, c’è la versione accessoriata dell’illusione. Fatta di prudente distanza ed emozioni stilizzate. Che permette a loro di fare due passi indietro e al cuore almeno cinque. Il computer aperto sul tavolo, una compagna impalpabile e, per cena, piatti surgelati malridotti fuori e congelati dentro.
San Valentino è paradossale, kitsch, commerciale e vagamente sfigato. Come tutte le cose fatte in pubblico e per il pubblico, sa di pressione più che di dichiarazione.

Ma il fatto di viverlo, persino con costrizione, in maniera \ analogica, comporta sempre il rischio di un brivido.
Assistere a San Valentino da dietro un cellulare è solo curare, a distanza, due solitudini. E così è un attimo che l’amore sfugga di mano e sconfini nel volontariato.

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