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Uno che ha dato il Massimo

Al di là della dovuta solidarietà di categoria, ci sentiamo di rassicurare Giannini. La Stampa non chiude, cambia semplicemente proprietà

Uno che ha dato il Massimo
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È da tutta la nostra peraltro mediocre carriera che ci chiediamo perché i giornalisti tendano a dare la colpa della crisi dei giornali a chiunque agli editori, agli amministratori delegati, ai lettori, alla Rete, alla chiusura delle edicole... - tranne che a se stessi.

Ecco perché, dopo la notizia che La Stampa è stata ceduta da Gedi al gruppo Sae, ci ha sorpreso quello che ieri ha scritto Massimo Giannini, già direttore per tre anni del giornale torinese, uno che vedeva più spesso la Gruber che i suoi redattori: «Si chiude un pezzo di storia dell'informazione italiana. Una bella storia. È stato un grande onore averne fatto parte, è un dolore ancora più grande vederla finire così».

Ora. Al di là della dovuta solidarietà di categoria, ci sentiamo di rassicurare Giannini. La Stampa non chiude, cambia semplicemente proprietà. E non è neppure stata venduta a un editore di destra, ma a un imprenditore «socialista libertario». E poi, comunque, come dicevano agli operai Fiat licenziati: «È un'opportunità per rimettersi in gioco».

E poi, scusa Massimo. Ma leggendoti ci è venuto in mente quel direttore che in un accorato editoriale piangeva la scomparsa dei lettori, non accorgendosi di esserne il primo responsabile. Il tuo sembrava un necrologio scritto dall'assassino.

Chi ha fatto crollare le copie? Chi ha trasformato il giornale nel bollettino cuneese della comunità Lgbtq? Beh, almeno non hai scritto che è tutta colpa della Meloni... Strano.

E poi, forse, chissà, hai ragione tu. La tua Stampa era davvero Bella. Ciao, Massimo.

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