I Pride vengono promossi come eventi dell’inclusività, dell’accoglienza per tutti senza pregiudizio. Questo è ciò per cui nascono e per cui si sono diffusi, raccogliendo consensi. Ma da qualche anno qualcosa è cambiato e l’inclusività e l’accoglienza sono diventati valori sacrificabili e derogabili. Se qualche settimana fa ha fatto discutere l’organizzazione del Pride romano che ha escluso le associazioni Lgbtq ebree, non molto diverso è quanto accaduto al Pride di Bologna, dove attivisti iraniani e israeliani sono stati cacciati dalla manifestazione.
Va premesso un elemento: quello di Bologna non è (più) un classico Pride. Sotto le torri sono riusciti a politicizzare all’estremo anche uno degli eventi più chiassosi e festosi, trasformandolo nell’ennesimo corteo pro Pal e contro il governo, solo più colorato e provocatorio, il Rivolta Pride. “No Prode in genocide” è stato uno degli slogan di questa edizione, ma anche della precedente, con riferimento al conflitto in Palestina, ormai lontano comunque dall’intensità raggiunta tra il 2023 e il 2024. Questo non giustifica comunque quanto accaduto durante la manifestazione di sabato. La prima a essere cacciata è stata una fotografa e attivista iraniana, che si è unita al corteo brandendo la bandiera dell’Iran dei dissidenti, quella con il leone d’oro al posto del simbolo della Repubblica islamica. Era la bandiera ufficiale del Paese prima della rivoluzione islamica del 1979 ed è diventata la bandiera simbolo delle proteste contro gli ayatollah, che evidentemente sono difesi dalla comunità Lgbtq bolognese del Pride. Quando si è inserita nel corteo ha gridato “free Palestine from Hamas”. Accanto a lei, invece, avvolta nella bandiera arcobaleno con una stella di David al centro c’era un’altra attivista, che ha gridato “Jewish and iranian Lgbtq lives matter”. Una frase che ha senso profondo e pratico: in Iran gli esponenti della comunità Lgbtq vengono condannati a morte o, comunque, quando va bene, torturati. E non diverso è quanto accade sotto Hamas.
Non stupisce che le due siano state allontanate dal corteo, non senza qualche contatto con i manifestanti, che le hanno fisicamente messe fuori. “Siamo stati espulsi dal Pride. Nel 2026 essere visibilmente ebreo e partecipare a un Pride è diventato impossibile. Abbiamo dovuto affrontare l’esclusione, che è uno dei valori più opposti al Pride”, hanno dichiarato. “Anche noi vogliamo la Palestina libera, ma libera da Hamas. Vogliamo uomini e donne liberi dal bigottismo e dal radicalismo islamico”, hanno aggiunto. Difficile immaginare che non sapessero come sarebbe andata a finire, visto il clima che si respira in Italia ultimamente. È una stata provocazione, probabilmente per far emergere quel sentimento che denunciano.
Dal Pride di Bologna si difendono: “Dalla loro versione dei fatti, sembra che i partecipanti al corteo abbiano reagito con violenza, ma non è così: noi avevamo detto che contro la loro presenza non avevamo nulla in contrario, ma la presenza di simboli sionisti non sarebbe stata tollerata. Abbiamo chiesto loro di togliere i simboli e loro si sono rifiutati, assumendo atteggiamenti provocatori”.