Per capire fino a che punto l’Anm abbia trasformato la battaglia referendaria in una partita politica, bastano due parole: “Tanto meglio”. Sono quelle pronunciate da Stefano Celli, pm di Rimini ed esponente di Magistratura democratica, parlando al Corriere della Sera del caso Sigfrido Ranucci. Una frase stroncata senza mezzi termini da Natalia Ceccarelli, consigliere della Corte d’appello di Napoli, fuoriuscita dall’Anm dopo la vittoria del No al referendum. La sua sentenza è secca: “Machiavellismo puro”.
Celli aveva difeso la decisione dell’Anm di invitare Ranucci alla propria assemblea - “c’era stato l’attentato. Risulta che non lo sapesse. Non abbiamo fatto un reato” – aggiungendo un commento destinato ad infiammare il dibattito: “Se poi questo ha favorito il No e la difesa della Costituzione, tanto meglio”. Ed è proprio quel “tanto meglio” che, secondo la Ceccarelli, fa crollare tutta la retorica moralizzatrice delle correnti progressiste della magistratura: “Quel ‘tanto meglio’ non ha niente a che fare con il rigore moralista e moralizzatore tanto propugnato da Md. Hanno saltato il fosso”. Quale fosso? Quello della tutela dei principi e dei valori. La Ceccarelli, sempre al Corriere, non usa mezzi termini: “Hanno mostrato che se il risultato viene raggiunto qualsiasi strategia è assolvibile”.
Il punto politico sta tutto qui. Ranucci, durante la campagna referendaria, non fu semplicemente invitato a parlare, ma venne trasformato in un simbolo. Il consigliere della Corte d’appello di Napoli ricostruisce così quella scena: “Hanno fatto un colpo di mano, portando Ranucci in trionfo all’assemblea dell’Anm come la Madonna Pellegrina”. Parole pesantissime. Soprattutto alla luce di ciò che è emerso successivamente sull’attentato denunciato dal giornalista. Il giudice osserva: “Esce fuori che l’attentato era finto, che era stato organizzato dal migliore amico suo ed era strumentale a un fantomatico disegno di incoronazione del giornalista a candidato premier dell’area di centrosinistra. L’Anm non può tacere”. Ed è proprio il silenzio dell’Anm che diventa il cuore dell’accusa. Perché se Ranucci era stato utile come simbolo durante la campagna per il No, oggi, sostiene Ceccarelli, non si può fingere che nulla sia accaduto.
“È doveroso prendere le distanze da Ranucci almeno finché lui non le prende da se stesso”, afferma la magistrata, contestando anche l’atteggiamento pubblico del conduttore di Report, “visto che continua a vaneggiare che vuole rimanere a Report, si paragona a Falcone e Borsellino. C’è un profilo etico”. Non è una questione di anticipare sentenze né di dimenticare che Ranucci, nella vicenda dell’attentato, resta parte offesa. Ceccarelli lo riconosce. Ma pone un problema diverso, quello della credibilità personale e professionale del giornalista. “Per quanto ignaro Ranucci viola le regole deontologiche”, sostiene ancora prima di aggiungere: “Bastava leggere il suo libro che narra liaison con fonti e con stagiste per capirlo”. Poi la domanda più velenosa: “Il grande segugio della verità se l’è lasciata sfuggire?”. La Ceccarelli invita anche alla prudenza perché, sottolinea, l’inchiesta non sarebbe affatto conclusa: “In più si attende un indagato dall’Africa, un nuovo interrogatorio degli esecutori e forse nuovi dettagli da Lavitola. Molto deve ancora venire fuori”.
La Ceccarelli pone la questione in termini ancora più espliciti: “Ci sono profili di opportunità politica. Se è vero che dietro l’attentato c’era la volontà di sponsorizzare un candidato progressista serve salvaguardare l’immagine di imparzialità e indipendenza della magistratura”. Tradotto: l’Anm dovrebbe fare esattamente il contrario di ciò che sembra suggerire Celli. Non rivendicare il risultato, ma tirarsi fuori da qualsiasi suggestione politica: “Devi dire: il futuro politico di Ranucci non ci riguarda. Non puoi dire tanto meglio”.
Eppure quel “tanto meglio” è stato pronunciato. E anzi la Ceccarelli riconosce almeno a Celli una forma di sincerità: “Certo. Almeno dice la verità”. Il problema, secondo la giudice, riguarda anche chi non ha parlato: “Il silenzio delle correnti moderate è un silenzio colpevole”. Perché colpevole? La risposta è ancora più dura: “Evidenzia il ruolo di gregariato che hanno svolto nella campagna referendaria rispetto a quelle progressiste”.
Altro che Anm compatta attorno alla Costituzione. Secondo la Ceccarelli, la battaglia per il No avrebbe difeso soprattutto l’assetto interno del potere togato: “Si sono difese solo le correnti e i loro interessi sotto forma di composizione elettiva del Csm”. E il resto della Carta? “Il resto della Costituzione, a partire dall’articolo 21 sulla libertà di espressione, no. Come dimostra l’atteggiamento che hanno con chi era per il sì”.
È forse il passaggio più politico dell’intervista. Perché mette in discussione la narrazione secondo cui l’Anm avrebbe combattuto esclusivamente una battaglia di principio, neutrale e istituzionale. Per la Ceccarelli, dietro quella mobilitazione c’erano invece interessi precisi delle correnti. E Ranucci sarebbe stato uno degli strumenti simbolici di quella campagna. Ora che il caso presenta contorni imbarazzanti, però, nessuno sembra avere voglia di parlarne. Celli sostiene che nell’Anm non ci sia alcun imbarazzo. La Ceccarelli replica senza esitazioni: “L’imbarazzo invece c’è. Non avevano messo in conto che potesse finire così”. E poi chiude con una frase che vale più di molte dichiarazioni ufficiali: “Ma una parolina andrebbe detta. È un’associazione di magistrati mica di ferrotranvieri”.
