- “Queste scritte sui muri della scuola primaria sono uno sfregio che Pisa non può accettare”. L’ha scritto sui social il vicepresidente Pd del Consiglio regionale toscano, Antonio Mazzeo. Peccato che le scritte che vedete qui sopra non stessero a significare “Sì fasci”, cioè un richiamo al Ventennio, e quegli scarabocchi non fossero simboli runici, neofascisti o esoterici. Si trattava di banali, banalissime scritte di un cantiere in corso, con un “si fascia” e alcune frecce per indicare le parti dell’edificio interessate dagli interventi. Capito? Hanno spacciato per onda nera i lavori per rifare il cappotto alla scuola. Ora: può capitare a tutti di prendere un bidone. E di sbagliare. Mazzeo ha fatto mea culpa e ammesso l’errore di quel post di denuncia, redatto dopo aver ricevuto le segnalazioni di alcuni “genitori allarmati”. Il problema qui, mi sia permesso, non è tanto l’avere scambiato “fascia” per “fasci” o una freccia per chissà quale pericolosissimo simbolo; ma il fatto di considerare necessario far scattare “subito l’allarme” di fronte a due graffiti che - anche fossero stati opera di un nostalgico - non minacciavano nessuno e non mettevano in pericolo la democrazia. Sarebbe bastata una passata di vernice e bonanotte ar secchio. Il punto è l’ossessione ancora radicata in certi ambienti per il “pericolo fascista”. Per la convinzione che possa davvero tornare un Duce moderno. Che l’attuale governo possa produrre una “torsione autoritaria”, qualsiasi cosa voglia dire. E poi Vannacci, Futuro Nazionale, le squadracce, eccetera eccetera eccetera. Che poi, magari, gli stessi che si indignano per “l’onda nera” poi fanno passare in cavalleria le fotografie di Meloni date alle fiamme, i ministri appesi a testa in giù, “tutti gli sbirri sono bastardi” e via dicendo. Amici: anche meno. Una scritta sul muro, cantiere edile o neofascista che sia, non ha mai rovesciato nessuna democrazia.
- Ok, diffondere i costi interni di Report non è una cosa carina. Ma che un programma d’inchiesta, che fa delle soffiate “insider” il suo marchio di fabbrica, denunci al comitato etico un “whistleblower” (li chiamano così, quelli che fanno le spifferate) fa davvero ridere.
- Ha ragione la giudice Natalia Ceccarelli, che critica l’Anm per aver applaudito Sigfrido Ranucci come la Madonna pellegrina mentre questi intratteneva amicizie strette con un faccendiere pregiudicato, mandante - reo confesso - della bomba ai suoi danni. Però, ormai, purtroppo la battaglia è persa. A cambiare la giustizia ci abbiamo provato, ed è evidente che di motivi ve ne erano a bizzeffe, ma ormai è andata.
- Sigfrido Ranucci credo sia arrivato al capolinea di Report. Tanti saluti. Sento dire da Beppe Severgnini che “con Milena Gabanelli una cosa del genere non sarebbe successa”. Forse è vero. Anzi: sicuramente è vero, dubito che la Gabanelli avrebbe stretto amicizia con Valter Lavitola o similari. Ma non è che con lei Report fosse molto meglio. Anzi. La storia ci insegna che, caduto un conduttore, non è detto che il successore sia migliore. Per questo, archiviato Ranucci, occorre fare attenzione a non sceglierne uno peggiore di lui.
- Che Jason Arday sia morto è una tragedia immane. Ma a Chiara Valerio vorrei far presente che il “flusso informativo” contro di lui sulle presunte discrepanze tra realtà e narrazione dei suoi studi (in negativo) è lo stesso che (in positivo) l’ha raccontato per mesi, mesi e mesi come il simbolo dell’inclusività della Cambridge University. La verità è che Jason andava assunto solo ed esclusivamente perché bravo (se lo era davvero, non lo so) e non perché nero, autistico o appartenente a una qualsivoglia minoranza. Non so se l’Ateneo lo abbia assunto allo scopo, anche solo indiretto, di accreditarsi presso i benpensanti. Per lavarsi la coscienza. Per essere cool. Ma so per certo che l’Università e l’intero sistema mediatico lo hanno “utilizzato” proprio a questo scopo. Lo hanno raccontato non perché fosse un bravo ricercatore, ma perché era il primo ricercatore nero e autistico a ottenere quella cattedra. E quando il simbolo supera l’uomo, è inevitabile che all’uomo si sostituisca il simbolo anche quando le cose vanno meno bene. La popolarità ha i suoi lati negativi.
- Ps: non mi sembra che il giornale su cui scrive Chiara Valerio si sia mai posto il problema di ridurre il “flusso informativo” contro - per dire - Salvini quando questo commette un errore, anche banale.

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