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“Sappiamo tutto” ma capiamo sempre meno: il paradosso dell’era dell’informazione

Un’epoca segnata dall’iper-informazione che, spesso, non porta da nessuna parte: ecco il pensiero della coach di comunicazione, Irene Antonucci, e gli strumenti che abbiamo per distinguere le cose vere da cosa non lo sono

“Sappiamo tutto” ma capiamo sempre meno: il paradosso dell’era dell’informazione

Lei è un’attrice, regista e coach di recitazione e comunicazione: Irene Antonucci, 38 anni pugliese, è un punto di riferimento anche sui social per chi desidera “imparare” a vincere i giudizi altrui e parlare in pubblico. Al Salone Internazionale del Libro di Torino ha avuto enorme successo il suo ultimo libro dal titolo “L’Universo spiegato a un bambino - 14 leggi per ricordare quello che i grandi hanno dimenticato”. Intervistata da Ilgiornale.it, le abbiamo chiesto come sia possibile essere spesso “spaesati” e “smarriti”, in una società dove qualsiasi tipo di informazione è a portata di click.

Irene Antonucci, perché viviamo nell’epoca con più informazioni della storia e ci sentiamo sempre più persi?

“L’avvento dei social network, base della connessione umana moderna che consente di scambiare informazioni con il prossimo, è diventata una ‘rincorsa’ a chi mostra la vita più perfetta, il corpo migliore, chi dice qualcosa in più senza avere competenze o conoscenze radicate. C’è una rincorsa a chi ne sa di più e chi deve dire per forza la sua quando, talvolta, si sfocia nei luoghi comuni che non trasmettono nulla. Questo porta alla fake news e chi crede in qualcosa soltanto per Il fatto di essere stato divulgato da più persone, mistificando il tutto con i numeri per l’ostentazione dell’informazione stessa”.

Quali sono i rischi dell’iper-informazione, ovvero la sovrabbondanza di dati e notizie a cui siamo esposti?

“Il pensiero critico viene annichilito ovvero la capacità di avere una propria opinione perché ci si sente in ‘dovere’ di assecondare, a volte, un’informazione di massa, qualcosa che ci è stata replicata più volte. Per questa ragione può mancare il coraggio di esporre le proprie idee perché diverse dalla massa. Ultimo ma non ultimo, il fatto che non si riesca più a credere a nulla. Spesso non si pensa più con la propria testa e si finisce per essere vittime di una manipolazione collettiva”.

E questa manipolazione da dove deriverebbe?

“Dalle troppe informazioni che circolano in Rete, sui media e sui social stessi. Questa è una delle conseguenze dirette più evidenti e tangibili”.

Come si potrebbe porre un freno all’enorme flusso di notizie a cui siamo esposti? Esiste una “diga” per poter arginare questo fiume in piena?
“Filtrare. Bisogna filtrare. La scelta è consapevole. Una sana disintossicazione è finalizzata a quella che è l’utilità del mezzo. Quando entro sui social, cerco di seguire pagine che possano nutrire la mia mente, cerco di stimolare il pensiero critico e poi fare una ricerca su quelle informazioni, verificare se sono reali o meno”.

Quali sono gli strumenti in mano alle persone per saper distinguere vero dal falso?

“Bisogna essere supportati da lettura, meditazione e ricerca interiore. Questa disintossicazione non deve essere passiva ma attiva. Non dobbiamo essere sempre connessi, la continua connessione ci fa perdere da noi stessi. Il vero messaggio che si dovrebbe trasmettere è di riconnettersi di più con noi stessi per evitare di finire ‘tritati’ da troppe informazioni, che ci annientano”.

In un mondo, quello della Rete, pieno di link e notizie di ogni genere, come fare a distinguere le notizie vere dalle fake news?

“Con un occhio più attento. Per questo dico che bisogna fermarsi e soffermarsi su di noi. Siamo indotti ad andare rapidamente ma si deve rallentare, andare a cercare le notizie sui giornali di informazione più autorevoli. Non dobbiamo avere fame di numeri ma fame di qualità, approfondimento e ricerca. Sarebbe più opportuno leggere un libro oppure osservare la Natura piuttosto che scrollare tutto il tempo senza neanche rendersi conto del giornale che si sta leggendo”.

A proposito di scrollare, in una radio nazionale è intervenuto un genitore raccontando che il figlio ha trascorso anche 9 ore al giorno davanti allo schermo di uno smartphone. C’è un modo per bloccare l’iper attività degli adolescenti?

“Sarò brutale e diretta ma si deve avere tempo e voglia di dedicarsi ai figli con altre attività diverse e più produttive. Quando dico che siamo figli di una società disfunzionale, lo sottolineo perché i primi a scrollare sui social sono i genitori. Il bambino non fa altro che replicare l’azione che vede dai genitori e dalla società circostante. Per questo bisognerebbe fare sport all’aperto, leggere, attività creative e manuali”.

Il titolo dell’intervista inizia con un “sappiamo tutto” ma lei ha un’idea precisa al riguardo.

“I tuttologi non esistono: si può essere multitasking ma non tuttologi”.

Oltre a essere attrice e regista, lei è anche coach di comunicazione. Quali sono le difficoltà che riscontri nelle persone che si rivolgono a te?

“La principale è la paura di parlare in pubblico, indipendentemente da quale sia l’attività: dal politico che deve parlare a un comizio, il presidente di un’associazione che deve parlare ai collaboratori, l’estetista che deve fare i corsi di formazione. Chiunque che si trovi in una situazione in cui, di fronte agli altri, sente profondamente la paura del giudizio. Non ci si sente legittimati a utilizzare la propria voce come strumento che permetta di creare il proprio valore. La difficoltà maggiore è quella di percepire il proprio valore personale: se io so di valere, non ho più paura di parlare della mia realtà”.

Nel suo libro parla di “credenza limitante”: di cosa si tratta?

Credenza limitante è quello che credo di me stesso, quello che credo che potrebbe accadere. Ad esempio: ‘sicuramente mi giudicheranno’, ‘ sicuramente mi guarderanno male’, ‘se mi si arrossa il collo penseranno che sono una persona debole’. Tutte queste proiezioni non sono altro che credenze che si trovano nella testa, limitano ad agire in un determinato modo. A quel punto si fa un lavoro nel trasformare le credenze limitanti in credenze potenzianti, che diventano dunque un supporto motivazionale”.

Cosa accade dopo?

“Ci si libera da una serie di sovrastrutture e libera la propria voce diventando una persona più serena e tranquilla nell’approccio con gli altri a livello personale e professionale”.

“L’Universo spiegato a un bambino”: perché questo libro si chiama cosi?

È un libro per adulti per un processo di risveglio attraverso la disintossicazione e riconversione con sé stessi. È un po’ una provocazione, la psicologia classica ci parla dei traumi che accadono da piccoli e ci ritroviamo da adulti perché siamo figli di una società disfunzionale. Prima c’era una mancanza di informazione, oggi c’è lo smarrimento totale. Nel libro parlo di recuperare il bambino interiore che conosce la saggezza, la verità”.

Qual è il suo obiettivo?

“Spero di essere una guida per quelle persone che si sentono ‘smarrite’: non si sa più a cosa credere per la sovrabbondanza di informazioni. Spesso si trovano falsi giornalisti e falsi guru la cui esperienza di vita non è una testimonianza degna di quello che vogliono trasmettere e insegnare”.

Qual è il tema caldo?
“Il ritorno a sé stessi attraverso una lettura attiva e partecipativa.

I consigli nel libro si possono applicare a episodi di vita quotidiana tant’è che alla fine di ogni capitolo c’è uno spazio di compilazione per scrivere e annotare le proprie considerazioni e applicare cambiamenti reali e concreti della propria vita”.

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