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Attualità

L’Italia stregata dal Sole nero

Un rito collettivo che ancora affascina (e spaventa) gli umani

eclissi solare

Gli ultimi due minuti di uno dei dischi più venduti della storia del rock non sono un inventario. Roger Waters mette in fila, senza respiro e quasi senza punteggiatura, tutto quello che un uomo in una vita tocca, vede, sente, ama, odia, compra, vende, mendica, ruba, salva, dona, crea e distrugge, e più l’elenco si allunga più diventa chiaro che non sta contando le cose, sta contando il tempo che gli resta. Poi arriva la chiusa, che è una beffa in due tempi: prima l’armonia di tutto ciò che sta sotto il sole, e subito dopo il sole che sparisce dietro la luna. Il pezzo si intitola Eclipse, è l’ultima traccia di The Dark Side of the Moon, marzo 1973, e dura meno di due minuti in un album che ne dura quarantatré. L’eclissi arriva in fondo, in una riga sola, come nella vita. Poi torna il battito del cuore con cui il disco era cominciato, e sopra il battito parla una voce con accento irlandese. È Gerry O’Driscoll, il portiere degli studi di Abbey Road, che Waters aveva messo davanti a un microfono con delle schede di domande. Dice che un lato oscuro della luna, in fondo, non esiste. È tutto buio.

Ecco, quella è la cosa più semplice e più inaccettabile che sia mai stata detta sull’argomento. Il buio è la regola dell’universo e la luce è l’eccezione, l’anomalia, il prestito. Ekleipsis, in greco, non vuol dire buio. Vuol dire abbandono, mancanza, venir meno, diserzione. Ekleipein è il verbo di chi lascia il posto, di chi non si presenta, di chi sparisce senza avvertire. I greci, che avevano orecchio, non hanno chiamato l’eclissi un’ombra ma un’assenza, e l’italiano se l’è tenuto stretto, perché eclissarsi è quello che fa l’amico dopo il prestito. Diserta. Ogni popolo, davanti a una diserzione, ha fatto la stessa cosa: ha cercato il colpevole.

In Cina il sole veniva mangiato, rì shí, e per costringere il cane celeste a sputarlo fuori si battevano tamburi, gong e pentole, con un fracasso che funzionava sempre, prova provata. Gli Annali raccontano che due astronomi di corte, Xi e He, furono decapitati per non avere previsto l’eclissi, essendo ubriachi: la prima condanna a morte della storia per errore di previsione, un precedente che dovrebbe far riflettere i meteorologi.

In India il colpevole è Rahu, il demone che bevve di nascosto l’ambrosia e fu decapitato prima che il sorso arrivasse allo stomaco. Nel nord sono i lupi Skoll e Hati che rincorrono il carro del sole, e il giorno in cui lo raggiungeranno sarà l’ultimo. In Vietnam è un rospo. In Corea sono cani di fuoco mandati a rubare l’astro, che ogni volta si scottano il muso e tornano a mani vuote.

In Giappone la dea Amaterasu si chiude in una grotta offesa dal fratello e il mondo resta al buio, e non ne esce per le preghiere, ne esce perché una divinità minore inscena davanti alla grotta una danza tanto oscena che tutti gli dèi scoppiano a ridere, e la luce torna in cielo per curiosità. Ogni tanto val la pena ricordarlo: c’è una teologia in cui il sole si riaccende perché qualcuno ha riso.

Archiloco, mercenario e cattivo carattere, vide il giorno spegnersi e ne ricavò l’unica morale possibile, che dopo una cosa simile nulla è più incredibile, nulla è più impossibile. Nell’Odissea, mentre i proci ridono con la bocca imbrattata di sangue, l’indovino Teoclimeno vede il sole cancellato dal cielo e una nebbia salire sul mondo, e loro continuano a ridere, il che è esattamente ciò che gli uomini fanno davanti ai presagi: se ne accorgono dopo.

La parola definitiva è di Shakespeare, che il 12 ottobre 1605 ne vide una totale sopra Londra e ci costruì sopra la scena più moderna del Re Lear. Gloucester elenca i presagi con la voce dolente di tutti i vecchi del mondo. Il bastardo Edmund gli risponde da solo, con una risata che vale quattro secoli: sono tutte «cazzate».

La mattina del 15 febbraio 1961, l’unica eclissi totale del Novecento visibile dal suolo italiano, che due troupe cinematografiche aspettavano da mesi, a duecento chilometri di distanza, per ragioni esattamente opposte. In Maremma, sulle colline di Roccastrada, in località Tombarelle, Dino De Laurentiis aveva fatto una cosa che nessun produttore aveva mai osato: aveva preso appuntamento con il cielo.

Quella stessa mattina, a Firenze, un’altra macchina da presa era puntata in alto. Michelangelo Antonioni stava preparando un film di cui non sapeva ancora niente, e ne uscì con poche righe di appunti che valgono un trattato: gelo improvviso, un silenzio diverso da tutti gli altri silenzi, una luce terrea diversa da tutte le altre luci, poi il buio e l’immobilità totale, e l’unico pensiero che gli veniva era che durante l’eclissi probabilmente si fermano anche i sentimenti. Aveva la pellicola. L’aveva girata. E l’ha buttata via, perché nel montaggio finale l’eclissi non c’è.

De Laurentiis aveva comprato il cielo, Antonioni ce l’aveva in mano e lo ha scartato, e avevano ragione tutti e due, perché un film aveva bisogno del segno e l’altro aveva bisogno dell’assenza.

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