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Ai sit-in “Forconi” e criminalità. Ecco chi vuole boicottare il Sud

L’accordo di Salvini con le sigle principali non convince i “padroncini” che proseguono la protesta. E tra i facinorosi rispuntano i professionisti del caos e i malavitosi

Il blocco dei tir sul trattta Maddaloni- Marcinise in provincia di Caserta, 21 ottobre 2026. ANSA / ANTONIO PISANI

Arrivano, sono in marcia. È un esercito di camion arrabbiati comandato da qualche apostata. Si va da Sud verso Roma, come ai tempi di Pirro, a passo lento, contro il prezzo gasolio che straccia i profitti di chi porta la merce e arricchisce sempre i ricchi. È una storia che si ripete. Lo spettro sono gli scaffali vuoti dei supermercati in ogni angolo di questa Italia.

La domanda che però rimbalza resta sempre la stessa: a chi conviene il caos? La bussola punta chi vive di economia nera, chi sogna i militari nelle strade e nelle piazze, chi odia i valori dell’Occidente e, ci sono sempre, rivendica un Sud sottomesso ai sussidi di Stato. Ci sono parole che pesano. «Infiltrazioni» è una di queste. Piantedosi l’ha scritta a prefetti e questori con la cautela di chi sente un rumore in cantina e non sa se sia il vento o un ladro.

L’Italia in questi giorni non si riconosce. Al Nord la rabbia ha vent’anni, o anche meno, la felpa nera e il telefono in mano. In piazza Duomo le vetrine del Foot Locker vanno in frantumi e i ragazzi escono con le scarpe nuove. Non hanno bandiere, non hanno capi, hanno un appuntamento su TikTok. Il giudice scrive di «euforia» e di un carovita usato come «insegna volutamente generica». Al Sud la rabbia ha cinquant’anni, le mani screpolate e un camion fermo al casello. A Caserta Sud i tir restano in fila tutta la notte, a Messina i supermercati sono vuoti, nei porti le navi cariche di frutta aspettano qualcuno che le scarichi. Al Nord i negozi bruciano, al Sud si svuotano. È la stessa crepa vista dai due lati del Paese.

Il Viminale conta: 1.339 identificati, 71 denunciati. Conta anche le gomme tagliate a chi voleva ripartire, i blocchi che a Teano durano da tre giorni, e chiede di guardare bene chi c’è sotto i cappucci e dietro i volanti. Il sospetto è che la rabbia vera faccia da carrozzeria a qualcos’altro. A chi conviene? Il caos conviene a chiunque abbia bisogno di un nemico. Conviene a chi vuole destabilizzare e a chi vuole stabilizzare a ogni costo.

Poi ci sono quelli che tornano. Ai caselli siciliani rispuntano facce che sembravano finite negli archivi. Mariano Ferro, l’agricoltore di Avola che nel 2011 inventò i Forconi, è di nuovo lì, al fianco dei camionisti. Giuseppe Richichi, «Zu Pippo», che nel 2012 fermò la Sicilia fino a svuotarne gli scaffali, ha rotto con il comitato che ha firmato la tregua: troppo morbidi. Eccoli: quattordici anni dopo. I Forconi non sono mai morti davvero. Sono come certi fiumi carsici che spariscono sotto terra e riemergono dove non te li aspetti, ogni volta che il gasolio passa i due euro.

Il governo tratta. Salvini riceve le sigle in prefettura, promette un miliardo, mette sul tavolo quattrocentottanta milioni e ripete la formula del notaio: abbiamo pagato, togliete i blocchi. Le grandi associazioni obbediscono. Unatras, Conftrasporto, Assotir sospendono la protesta. Il tavolo vero è il 27 ottobre. I «padroncini» non obbediscono. Qui la storia diventa interessante. Il padroncino è una figura che la politica vede a fatica: un uomo solo con un camion, il mutuo sul mezzo, l’assicurazione in scadenza, il gasolio a 2,30 e una tariffa che non copre il viaggio. Mettiti al suo posto. Sono le tre di notte allo svincolo di Pontecagnano, il motore spento per risparmiare, il thermos di caffè ormai freddo, la radio che ripete che il governo ha già pagato. Tu i soldi non li hai visti. Hai visto solo la fattura del gasolio.

Perdi settecento euro al giorno a stare fermo e resti fermo lo stesso, perché ripartire adesso vorrebbe dire ammettere che non conti niente. Non credi alle associazioni, «scatole vuote». Non credi ai ministri. Credi al collega accanto al casello e al tiktoker che ti filma. Sei l’ultimo individuo dentro una storia che non torna. Quello che da lì non vedi è da che parte soffia il vento.

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