C’è la ‘ndrangheta dietro il blocco dei padroncini e dei piccoli autotrasportatori in Calabria? Ogni volta che al Sud scoppia una rivolta, scatta il riflesso pavloviano di forze dell’ordine e opinione pubblica. Nessuno può escluderlo: è dai Moti di Reggio Calabria degli anni Settanta - quando la città scese in piazza per protestare contro la scelta di indicare Catanzaro come capoluogo - che i boss si infilano nel malcontento popolare. Per sabotarlo, naturalmente. Perché se la piazza vincesse sullo Stato senza l’aiutino delle cosche, che vivono di consenso e che controllano ogni centimetro quadrato di territorio, per le mafie sarebbe la fine.
Nello spontaneismo «armato» degli autotrasportatori disperati per il prezzo del gasolio ci sono lavoratori onesti che rischiano di fallire dopo essere stati «in galera in Svizzera, a lavorare per costruire la casa ai miei figli» ma c’è un nome (e un cognome) che qualche interrogativo lo solleva. Michele Bonavota è il leader del «Movimento nazionale contro il caro vita e la malasanità», che ieri ha comprato una pagina della Gazzetta del Sud per raccogliere adepti. Michele è il cugino di Pasquale Bonavota, per anni primula rossa del Vibonese, scagionato più volte dall’accusa di essere a capo dell’omonimo clan di Sant’Onofrio, come ha raccontato di recente alle Iene, ultima quella al processo Rinascita Scott istruito da Nicola Gratteri. Il cugino del presunto boss, a parte un carteggio con il boss Bernardo Provenzano di qualche anno fa, non avrebbe sospetti di contiguità mafiosa ma qualche guaio giudiziario sì. Come l’accusa di aver usato il Reddito di cittadinanza in modo spregiudicato, con carte intestate a beneficiari inesistenti e almeno 12mila euro sospetti che gli sono stati sequestrati. Il tribunale di Sorveglianza gli ha prorogato il regime di libertà vigilata, colpa della fedina penale e forse delle parentele «pericolose».
Nella pagina c’è un cellulare, abbiamo composto il numero, al decimo squillo è scattata la segreteria telefonica. La sensazione è che Michele »Bonavota «sfrutti» il cognome pesante per sé, ma la spregiudicatezza con cui si chiama a raccolta la protesta spontanea fa riflettere. Chi c’è dietro? Che tipo di consenso si vuole organizzare? Chi paga? Chi gestisce le iscrizioni? Che fine fanno queste affiliazioni una volta rientrata la protesta? La Calabria soffre anche perché la mafia la tiene al guinzaglio: sarebbe un paradosso se i boss da carnefici si trasformassero in salvatori, come a loro storicamente piace credersi.
