“Sono fortunatamente un infedele”. Così il direttore Tommaso Cerno ha esordito nel suo spazio a FiloRosso, il programma condotto da Antonino Monteleone il martedì sera su Rai Tre, raccontando l’ennesima fatwa subita come direttore de Il Giornale a causa della sua battaglia contro l’islam politico e radicale. “La fatwa, quando l’islam era ancora solo una religione, cosa che è per un’ampia parte di fedeli. Era una sentenza religiosa rispetto a delle controversie. Quando Khomeini fece la fatwa con minaccia di morte, di uccisione, nel 1989, quella parola trasformò l’islam in islamismo. Nacque così dentro la religione un pensiero politico che nel tempo si è armato”, ha spiegato Cerno.
“Il meccanismo è quello per cui se tu offendi quello che è in quel momento la visione del Corano, cosa che io non immagino di fare perché il Corano ha una dimensione spirituale per chi crede ed è un testo che ci racconta il mondo. Ma è diventato un’arma, quello sì, per movimenti politici terroristici. Fratelli musulmani è il più grande che opera in Europa, che sono collegati a gruppi militari come Hamas, Hezbollah”, ha proseguito. “Il tema è che gli obiettivi di questa organizzazione sono espliciti: vogliono portare la Sharia in luogo delle nostre leggi. In Inghilterra nei Comuni maggiori, gli islamisti che occupano i luoghi politici sono la maggioranza. L’Italia sta vivendo questa trasformazione, che è stata più lenta ma potente”, ha aggiunto il direttore de Il Giornale.
“Oggi (ieri, ndr) Conte ha attaccato me, il mio giornale e il mio editore, la famiglia Angelucci, dicendo che noi attribuiamo a lui vicinanze a questo mondo. La solidarietà non è stata trasversale, perché la sinistra vive un momento interrogativo: devo avere i voti dell’islam e dell’islamismo. In cambio di questi voti, quanta libertà perderemo? Abbiamo a Padova il primo tribunale di arbitrato islamico”, ha voluto sottolineare il direttore Cerno, sottolineando come ci sia stato un ribaltamento di prospettiva. Ha ricordato di quando, tanti anni fa, partecipava ai Gay Pride e, ha spiegato, “all’epoca noi difendevamo la libertà. Oggi al Pride il carro degli ebrei è vietato, come succedeva in Germania con Hitler 100 anni fa. In prima fila ci sono gli esponenti filo palestinesi legati ad Hamas, che nei loro Paesi impiccano i gay alle gru. Pur di avere quel consenso, stiamo mettendo a rischio la battaglia di libertà”.
Il direttore ha poi messo in fila tutto ciò che gli islamisti mal tollerano di lui: “Ce le ho tutte: sono frocio, infedele, islamofo, libertario. Io sono islamofobo se per islamismo si intende la contrazione di libertà. Ma conosco e parlo con i grandi imam d’Europa, che vivono sotto scorta perché l’islamismo vuole far tacere l’islam”. Su Youssef Siher, Cerno ha ricordato di essere stato “sbeffeggiato per mesi perché i nostri giornali hanno iniziato le inchieste su Mohammed Hannoun e mi dicevano che ero un fanatico. Giulia Sorrentino sta facendo un ottimo lavoro con i colleghi de Il Giornale, de Il Tempo… Siamo stati considerati dei fanatici che ce l’avevano con lui. Ora è in carcere, dev’essere processato, siamo una democrazia, non abbiamo la Sharia, e sarà una sentenza a dirci chi è. Ma le accuse che gli vengono mosse, il denaro sequestrato, milioni di euro, che lui raccoglieva dicendo che erano per i bambini di Gaza ma finanziavano il terrorismo, sono fatti che lo portano al carcere. E Youssef è stato liberato da un magistrato che ha ritenuto non sufficiente la richiesta di un pm, un magistrato che ha posizioni pro Gaza, anche il pm che ha però emesso un dispositivo che mi fa pensare che non ha badato a quello”.
Sulle manifestazioni violente, Cerno ha ribadito che “hanno una regia islamista e hanno un patto tra islam e mondo anarchico. Hanno armi, hanno gente organizzata per fare guerriglia, che sanno quando farla e quando non farla. Hanno campi di addestramento, per combattenti dove vengono a spiegare dal Medioriente come si mette a ferro e fuoco una città. E ce le vendono come proteste degli studenti. Il disegno di destabilizzazione della democrazia è finanziato, costruito e dichiarato da organizzazioni enormi. Non è qualcosa che nasce per caso ed è fatto a posta perché l’Occidente si divida e li difenda. L’11 settembre 25 anni dopo non ha potuto essere chiamato attentato islamista. Il Bataclan ha tolto la parola “islamista” dal cartello che ricorsa quella strage”. L’islamismo “è talmente forte che impedisce di essere chiamato anche quando uccide”, ha chiosato il direttore.
Al termine di un servizio registrato tra Brescia e la cittadina di residenza di Siher, nel quale sono stati mostrati i contributi di soggetti che lo conoscono e che sostengono che non possa mai aver fatto qualcosa che possa essere in qualche modo assimilato al terrorismo, il direttore ha ricordato che “sono le stesse risposte che dà la mafia: ‘Non so ma sono contento che è uscito perché è una brava persona’, ‘Perché è sempre stato qui’. Andate a sentire le interviste dei grandi mafiosi liberati e che cosa dicevano le persone. Il meccanismo delle strutture criminali è esattamente uguale: la religione non c’entra nulla”.
“La politica, quando deve dire basta? Di fronte a che cosa? Di fronte a cosa può dire che è multiculturalismo? In Italia il limite è stato ampiamente superato. Le piazze diverse, anarchica, islamista e post brigatistica sono partite separate e lentamente si stanno unendo. Le parole chiave sono le stesse. C’è un pezzo di politica che usa queste persone per simulare una rivolta democratica. Le minacce mi hanno detto che stiamo toccando un punto forte in difesa della democrazia e continueremo. Siamo infedeli a qualunque minaccia”.
