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Attualità

Colonialismo, “gerarchie razziali” e riparazioni: il corso woke arriva all’Università di Bologna

Il seminario invita gli studenti a riflettere sulla “colonialità del potere”, sulle rappresentazioni che normalizzerebbero il razzismo e sulle pratiche di restituzione e riparazione

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All’Università di Bologna arriva il seminario per “decolonizzare lo spazio”. Il titolo non lascia molto all’immaginazione: “Decolonize this space!”. L’obiettivo dichiarato è accompagnare gli studenti alla scoperta delle “tracce coloniali” presenti nei paesaggi urbani e nel patrimonio culturale, riflettendo sulla presunta persistenza della “colonialità del potere” nella società contemporanea.

Il programma sembra un piccolo compendio del vocabolario ormai familiare negli studi postcoloniali. Si parlerà di resistenza, trasformazione, restituzione e riparazione, ma anche di quelle rappresentazioni estetiche e di quei discorsi che - secondo la scheda del corso - contribuirebbero a “normalizzare le gerarchie razziali e il razzismo”. Non mancheranno riferimenti alle campagne per la rimozione dei simboli del passato coloniale e alle richieste di restituzione delle opere d’arte, dal movimento Rhodes Must Fall alle inchieste sulla schiavitù.

L’idea di fondo è piuttosto chiara: leggere spazi pubblici, monumenti e istituzioni culturali attraverso la lente del colonialismo e delle sue presunte eredità ancora operative. Gli studenti saranno invitati a interrogarsi su come produrre “dissenso” attraverso l’arte e gli interventi nello spazio pubblico, ricorrendo a “interruzioni urbane”, “risignificazioni”, proteste estetiche e iniziative legate alle richieste di riparazione.

A fornire la cornice teorica sarà Jacques Rancière e il suo rapporto tra estetica e politica. Il “dissenso”, spiega sempre il programma, dovrebbe destabilizzare il consenso, cioè gerarchie, appartenenze e discorsi considerati normativi, introducendo nuovi soggetti e nuovi oggetti nel campo della percezione. Tradotto dal linguaggio accademico: anche l’arte diventa uno strumento con cui mettere in discussione le rappresentazioni dominanti.

Il seminario woke guarderà a esperienze europee, mediorientali e africane e prevede lezioni, discussioni, presentazioni e passeggiate. Tra le letture collettive figura anche “A Programme of Absolute Disorder: Decolonizing the Museum” di Françoise Vergès, testo che già dal titolo chiarisce quale sia la direzione culturale dell’iniziativa.

Nulla di vietato, naturalmente. L’università è anche il luogo nel quale studiare teorie radicali, contestare narrazioni consolidate e discutere il passato. Il punto è un altro: quando il lessico accademico diventa un susseguirsi di “colonialità”, “gerarchie razziali”, “riparazioni”, “restituzioni” e “rappresentazioni dominanti”, il rischio è che il seminario perda la distanza critica per assumere direttamente la prospettiva che dovrebbe analizzare.

Anche perché il programma non sembra limitarsi allo studio storico del colonialismo. Punta esplicitamente a interrogare il presente, a individuare le sue tracce nella città e nell’arte e a immaginare forme attraverso cui “sovvertirle”. Dall’università che studia il mondo a quella che vuole contribuire a trasformarlo, insomma, il passo diventa piuttosto breve.

E così, mentre il dibattito sulla cultura woke sembra aver perso terreno in molti campus americani, a Bologna la decolonizzazione trova ancora spazio tra aule, musei e passeggiate urbane. Anche qui, evidentemente, il passato coloniale non passa mai. Cambia soltanto il programma del seminario.

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