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Attualità

Garlasco torna a vivere. “Basta con questa storia. Così ci rubano la verità”

Al bar del paese ognuno ha la sua opinione sul giallo eterno. Ma nessuno ha voglia di parlarne. Una ragazza: “Io non ero nemmeno nata”

Ritorno a Garlasco a diciannove anni dal delitto

nostro inviato a Garlasco (Pavia)

Il tempo a Garlasco è tornato a scorrere, nonostante tutto. A piazza della Repubblica, lì dove c’è il municipio, c’è un automobile blu con il numero 112 sulla fiancata e due carabinieri impegnati in un posto di blocco.

Ti chiedi perché proprio adesso, in questo pomeriggio di fine settembre, il giorno dopo che la procura di Pavia ha buttato lì una notizia che sconvolge ogni cosa: «Nascoste analisi del Ris che avrebbero potuto scagionare Stasi». No, non ora, non in questi mesi, ma diciannove anni fa, un vita. Chi passa a piedi guarda e va via. Sono le quattro della sera e davanti al «Bistrot del centro» c’è già chi sta di aperitivo. Un quarantenne in giacca che sembra saperla lunga e con piglio grillino dice: «Elezioni vicine, se la politica vuole qualche testa gliela daranno, e anche in fretta». Furore di popolo. C’è questa sensazione dello Stato che imbroglia, di un delitto senza risposte, di indagini pasticciate e di una giustizia surreale, che va alla ricerca di colpevoli, ma che non sa che dire a un innocente gettato in carcere. Le domande che in tanti sussurrano tra le pieghe di Garlasco stanno diventando un ritornello: cosa c’è dietro tutto questo? Quale intreccio misterioso stanno comprendo? Sono in pochi davanti al Blu Bar, di fronte al vicolo della fossa, e un operaio in pensione di nome Giovanni fa una domanda che i giuristi non si chiedono più: «Ma perché Stasi è stato fregato dalla Cassazione?». Se uno ci pensa con lo sguardo della filosofia del diritto non è una cosa così scontata. Il terzo grado serve soprattutto a garantire l’imputato. È l’ultima speranza per salvare il presunto innocente. Qui invece ha condannato un ragazzo assolto in primo grado e in appello per non aver commesso il fatto (non per insufficienza di prove). Un cronista di giudiziaria della Lomellina dice la cosa più semplice: «Non mi ricordo casi in cui la Cassazione abbia ribaltato due sentenze mantenendo lo stesso impianto probatorio». È cambiata la valutazione, qualcosa che sa di soggettivo, con un calcio nel sedere a quella frase che non dovrebbe essere solo cinematografica: colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio.

«Cosa c’è allora dietro tutto questo?». È a questo punto che la voce dell’ex maresciallo Francesco Marchetto entra in scena. «Il giorno in cui si saprà come hanno incastrato Stasi sarà chiaro anche il senso delle mie condanne». Marchetto per 15 anni è stato il comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco, considerato uno dei migliori investigatori della provincia. È lui che svolge le indagini per i primi dieci giorni, poi comincia il contrasto con il capitano Gennaro Cassese, comandante della compagnia di Vigevano. «La mia colpa - dice guardandoti negli occhi - è di voler allargare le indagini a tutte e a tutti». L’accusa è di non aver sequestrato la bicicletta nera da donna ritrovata tra le sterpaglie in via Toledo, non lontano dalla villa dei Poggi. La stessa famiglia di Chiara ritiene che il maresciallo abbia aiutato Stasi. Il tribunale di Pavia lo ha condannato nel 2016 a più di due anni per falsa testimonianza. «È la mia rivincita? No, non si cancella quello che è successo. È solo che adesso si stanno chiarendo parecchie cose e prima o poi si arriverà a capire chi ha brindato per la condanna di Alberto». Chi? «Non posso dirlo io, ma questa storia non è affatto finita». C’è un uomo di una certa età seduto davanti al Caffè Commercio e all’ennesima domanda risponde: «Avete rotto.

Non è opportuno stare qui sempre con queste richieste morbose». Lo dice con rabbia. «Come mi chiamo? Sarai stupito.

Tranquillo, il mio nome è tranquillo». La proprietaria del Caffè Derby sostiene che qui è meglio non parlare, che si offende l’uno o l’altro. Il barbiere di via Roma dal volto mediorientale dice che sta qui solo da qualche anno e non ha mai sentito parlare della morte di Chiara. Una ragazza con un tatuaggio sulla pancia ti guarda e dice: «Io nel 2007 non ero neppure nata».

L’incantesimo di Garlasco forse sta finendo.

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