Sono le 16.45 quando una bottiglia, arrivata dall’alto, centra la Celere schierata nel cuore di Milano, all’angolo tra corso Vittorio Emanuele e via San Paolo. Non è l’inizio. Non sarà la fine. È solo la punteggiatura di un fine settimana in cui Milano, la città che insegna all’Italia come si vive, ha scoperto che i suoi figli hanno imparato benissimo soprattutto come si distrugge.
Il conto di sabato, quando il corteo contro il carovita è diventato guerriglia tra Cordusio, Duomo e San Babila, era già da bollettino di guerra. Settantadue in questura, molti minorenni, alcuni giovanissimi.
Sedici o diciassette arresti, una ventina di denunciati. Centoquattro feriti tra le forze dell’ordine, una dozzina tra i manifestanti. Oltre mezzo milione di danni secondo Confcommercio, tra vetrine sfondate e serrande abbassate in anticipo. Chi verrà sentito in Procura rischia la devastazione e saccheggio, da otto a quindici anni, più la resistenza a pubblico ufficiale. Il codice penale è severissimo. Peccato che nessuno di loro abbia l’età per averlo mai sfogliato.
Poi arriva ieri, domenica, e con la domenica il bis. Primo pomeriggio, segnalazione in questura: alla Rinascente e all’Apple Store di piazza Liberty ci sono ragazzini che si coprono la faccia e provano a rubare. L’iPhone, si sa, è un diritto. Gli agenti li intercettano sul corso e ne chiudono una cinquantina all’angolo con via San Paolo.
Lì restano per ore, dentro un cordone di caschi e blindati, mentre intorno la Milano dello struscio passeggia con le buste e si ferma a guardare, come allo zoo. Con la differenza che allo zoo le gabbie servono a proteggere il pubblico.
E qui bisogna rinunciare a una consolazione. Ci sono i maranza, certo, con il loro campionario e si vede anche qualcuno dei centri sociali. Ma ci sono anche tantissimi italiani dalla faccia pulita: ricciolini, jeans, felpe colorate o rigorosamente nere, quasi tutte con la scritta «Boxeur des Rues», i pugili delle strade. Strade viste soprattutto dal sedile posteriore del Suv di mamma. Insultano gli agenti con un vocabolario che non si può stampare e una sicurezza che non si può comprare: quella di chi sa di essere minorenne. Bengala, petardi, botti. A un certo punto circondano pure una «Volante» in via San Paolo. Pochi istanti. Abbastanza per raccontarlo in chat.
Il kolossal scivola in pratica d’ufficio. Due alla volta, con la calma dei traslochi, vengono caricati e portati in questura con l’aiuto della Polizia locale. A sera sono almeno 160, e il contatore gira ancora.
Identificazione, una telefonata a casa, poco altro: l’80% sono minori, quasi tutti incensurati. Lo Stato fa la faccia severa. Loro fanno la storia su Instagram. Intanto il centro diventa un tabellone del Risiko. I passanti, che se la squagliano per la paura salvo i temerari che a ogni costo devono documentare il presente con il cellulare, commentano: «Sembra di essere a Caracas....».
E questo mentre i commessi dei negozi chiudono le serrande e si asserragliano nei negozi: alle 17 non ce n’è più nemmeno uno aperto nemmeno in San Babila.
In via Torino tocca al Carrefour: vetrine giù, superalcolici e merendine portati via. La rivoluzione, a quanto pare, ha sete e un certo languorino. In via Mazzini si raccolgono centinaia di ragazzi. In piazza Affari altri si cambiano, si coprono la faccia, partono per raggiungere gli amici. La rivolta come appuntamento, organizzata con la precisione di un aperitivo: ci vediamo alle cinque, porta petardi e bengala.
È in via Mazzini, poco dopo le 17, che la domenica di Milano incrocia quella del ministro dell’Istruzione. Giuseppe Valditara, milanese, è in centro per un giro nel tempo libero. Un sasso grosso gli atterra a tre metri. «Poteva ammazzare qualcuno», dice. Racconta di ragazzi tra i 14 e i 15 anni ma molti anche maggiorenni, in gran parte nordafricani di seconda generazione, lancio di pietre, bombe carta, bottiglie di vetro, cassonetti fatti a pezzi, facce coperte, qualche kefiah, qualcuno dei centri sociali. «Scene da guerriglia urbana, attaccavano e poi scappavano. Passanti impauriti, bambini che piangevano. Prendono a modello i rivoltosi delle banlieue francesi.
Quasi come se lo facessero per gioco, per sfidare polizia e carabinieri, in sfregio a Milano. E anche questo deve far riflettere».
Dopo le 17.30 la pazienza finisce. Partono le cariche. In zona Duomo, per il secondo giorno di fila, lacrimogeni e idranti, ma i ragazzi non mollano e in serata sfondano persino una vetrina alla Rinascente chiusa da ore. In strada c’è tutto quello che la questura possiede: Digos, Reparto mobile, Volanti, Squadra mobile, commissariato Centro. E la Celere, che merita una riga a sé: ragazzi poco più grandi di quelli che hanno davanti e uomini maturi, presi a bottiglie, sassi e insulti per ore, senza perdere la testa una volta. Sono loro che, per tutta la città, da Montenapoleone fino a largo La Foppa e via Moscova, hanno rincorso i gruppetti di vandali.
Resta la domanda che a Milano nessuno vuole fare ad alta voce. Non chi siano, ormai lo sappiamo: figli di tutti, del casermone e dell’attico, della seconda generazione e della quinta elementare. Ma perché un sabato in corteo e una domenica davanti all’Apple Store sembrino a un 15enne la stessa identica cosa: un palco. Milano credeva di avere un problema di periferie. Ha un problema di weekend. E di genitori convinti che il figlio sia in centro a guardare le vetrine.
In un certo senso è vero: le guardava.
Solo dall’altra parte.
