Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 17:14
In evidenzaAggiornato alle ore 17:14
Attualità

Il nemico jihadista che cresce nel silenzio della Rete

C’è una domanda che l’Europa continua a trascinarsi dietro da più di vent’anni: quanto è disposta a guardare negli occhi il fanatismo religioso senza confonderlo con la religione di milioni di persone?

Via alle lezioni nelle scuole contro l'estremismo islamico

Fallaci lanciò il suo allarme sull’Islam e sull’Occidente. Magdi Cristiano Allam continuerà a denunciare per anni i rischi dell’islamismo. Ma oggi la questione della sicurezza passa anche da adolescenti radicalizzati online, individui isolati e aspiranti emulatori che possono sfuggire alle tradizionali reti estremiste.

C’è una domanda che l’Europa continua a trascinarsi dietro da più di vent’anni: quanto è disposta a guardare negli occhi il fanatismo religioso senza confonderlo con la religione di milioni di persone?

È proprio qui che bisogna cominciare.

Perché chiamare ogni musulmano un potenziale estremista sarebbe sbagliato, oltre che ingiusto. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile fingere che il jihadismo, la propaganda dello Stato Islamico e i processi di radicalizzazione che si sviluppano anche nelle nostre città siano fantasmi inventati o che si minimizzi sempre il rischio.

E questo non è affatto così.

Esistono. E le cronache giudiziarie italiane negli ultimi anni e sopratutto del 2026 lo dimostrano.

Oriana Fallaci aveva scelto parole violentissime per descrivere il rapporto tra Islam e Occidente. Dopo l’11 settembre trasformò quella battaglia culturale in uno degli scontri intellettuali più feroci dell’Europa contemporanea. Non considerava il problema limitato ai terroristi: metteva sotto accusa l’Islam stesso, il rapporto tra religione e società, la condizione femminile nei Paesi musulmani e soprattutto un’Europa che giudicava incapace di difendere la propria identità.

Quelle generalizzazioni furono e restano profondamente controverse. Identificare una religione mondiale, attraversata da società, culture e interpretazioni differenti, con le sue espressioni molto forti che moltissimi condividono ed altri no può inorridire di comprendere una distinzione che è corretto sottolineare.

Il musulmano non è il jihadista.

La fede islamica non equivale al terrorismo.

Ma proprio per questo il jihadismo deve essere chiamato con il suo nome.

Magdi Cristiano Allam, convertitosi al cristianesimo dopo un lungo percorso personale e professionale, ha costruito a sua volta una parte importante della propria battaglia pubblica sulla denuncia dell’islamismo radicale e sui rischi che, a suo giudizio, esso comporta per l’Europa. E chi più di lui poteva e può conoscere essendo stato per molti anni un musulmano e conoscendo perfettamente il Corano e l’Islam nelle suo più profonde contraddizioni.

Si può dissentire da Fallaci. Si può dissentire da Allam. Si può considerare eccessiva la loro lettura dell’Islam.

Ma non si può però cancellare un fatto: la radicalizzazione jihadista continua a essere materia concreta di indagini, prevenzione e attività di intelligence.

E la nuova frontiera dell’Islam radicale è dentro uno smartphone.

E si è proprio così.

Il cambiamento più inquietante riguarda forse il luogo in cui può iniziare una radicalizzazione.

Non necessariamente una moschea clandestina. Non necessariamente una riunione segreta. Non necessariamente un’organizzazione visibile.

Può essere un semplice smartphone.

Nel luglio 2026 la Polizia di Stato ha arrestato una diciassettenne italiana residente in provincia di Pavia, indagata per partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale. Secondo gli investigatori, la ragazza frequentava gruppi online di ispirazione jihadista e sostegno allo Stato Islamico. Nei dispositivi sequestrati sarebbero stati trovati propaganda, materiale apologetico e manualistica relativa alla preparazione di ordigni artigianali. Gli investigatori hanno inoltre riferito di conversazioni nelle quali la giovane avrebbe manifestato volontà di martirio. Il procedimento giudiziario, naturalmente, deve seguire il proprio corso e l’indagata conserva tutte le garanzie previste dall’ordinamento. Ma anche questo come molti altri e un concreto campanello d’allarme.

Poche settimane dopo, nell’agosto 2026, un sedicenne residente in provincia di Como è stato arrestato nell’ambito di un’altra indagine coordinata dalla Procura per i minorenni di Milano. La Polizia riferisce che l’inchiesta era partita da una segnalazione dell’AISI relativa a un internauta che diffondeva propaganda jihadista e pro ISIS. Il ragazzo, secondo gli investigatori, non aveva precedenti e non era precedentemente emerso negli ambienti radicali; sui dispositivi sarebbero stati rinvenuti contenuti jihadisti, materiale neonazista e antisemita e un video sulla fabbricazione di un ordigno esplosivo improvvisato. Anche in questo caso siamo nella fase delle indagini e vale pienamente la presunzione di non colpevolezza. Ma gli indizi a suo carico non sono di certo uno scherzo o una bravata.

A Reggio Emilia, nel maggio 2026, un ventiduenne è stato fermato nell’ambito di un’indagine per l’ipotesi di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Secondo la ricostruzione della Polizia, avrebbe avuto attraverso una piattaforma di messaggistica contatti con un presunto sostenitore del Daesh, che gli avrebbe proposto istruzione e finanziamento per compiere un attentato in Italia o all’estero. Il giudice ha successivamente disposto la custodia cautelare in carcere. Anche qui: accuse da accertare definitivamente, non una condanna già pronunciata.

Nel giugno 2026 il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, commentando un ulteriore arresto in Brianza per un’accusa di terrorismo internazionale, ha indicato proprio il controllo dei canali informatici e dei social network tra gli strumenti utilizzati dalle autorità contro la radicalizzazione islamista. Queste fonti sono state diramate dalla polizia di Stato e dal ministro dell’interno. Non si certo da un fumettista.

Sono episodi differenti e non autorizzano statisticamente a trasformare milioni di musulmani in sospetti, ci mancherebbe.

Dicono però qualcosa che sarebbe altrettanto assurdo ignorare.

La radicalizzazione può avvenire online, velocemente e coinvolgere persone giovanissime.

Il “lupo solitario” non ha bisogno di un esercito.

È questa una delle questioni più difficili per gli apparati di sicurezza contemporanei.

Il terrorismo organizzato lascia tracce: uomini che comunicano, finanziamenti, spostamenti, gerarchie, luoghi, collegamenti.

L’individuo radicalizzato prevalentemente attraverso Internet può invece avere una struttura completamente diversa.

Non occorre immaginare necessariamente una fantomatica “cellula dormiente”. Il concetto più utile è quello dell’individuo che si radicalizza, assorbe propaganda violenta, cerca istruzioni, costruisce una propria identità estremista e può eventualmente passare dall’ossessione all’azione.

È l’emulazione a rendere questo scenario particolarmente insidioso e diciamolo particolarmente pericoloso per la pubblica sicurezza.

Il terrorista di ieri aveva spesso bisogno dell’organizzazione.

Quello di oggi e di domani potrebbe credere di aver bisogno soltanto di un modello.

Un attentato visto cento volte.

Un video trasformato in culto.

Una chat criptata.

Una comunità virtuale che sostituisce quella reale.

Un predicatore digitale.

Un martire trasformato in eroe.

Una propaganda che ripete continuamente che cristiani, ebrei, musulmani considerati apostati, istituzioni democratiche e presunti “nemici della religione” meritino di essere colpiti.

E questo non è un film ma è purtroppo realtà.

Poi qualcuno decide di imitare.

Ed è precisamente quel passaggio dalla propaganda all’intenzione e dall’intenzione all’azione che intelligence, DIGOS, magistratura e Polizia Postale cercano di intercettare.

IC’è poi un elemento ancora più sorprendente.

Nel giugno 2026 la Polizia ha arrestato un sedicenne residente in provincia di Bologna nell’ambito di un’indagine nella quale sarebbero emersi contemporaneamente materiale suprematista e propaganda jihadista. Gli investigatori hanno descritto il fenomeno come una contaminazione tra estremismi apparentemente opposti ma accomunati dall’esaltazione della violenza. Così dichiara la polizia di Stato.

È un particolare che dovrebbe far molto riflettere.

Per alcuni giovani radicalizzati l’ideologia rischia di diventare persino intercambiabile.

Prima viene il fascino della violenza.

Poi arriva la bandiera con cui giustificarla.

Questo significa che il problema non può essere affrontato soltanto come uno scontro tra Islam e Occidente.

È anche lo scontro tra la società democratica e l’ecosistema digitale dell’estremismo, nel quale propaganda jihadista, antisemitismo, suprematismo, complottismo e culto delle stragi possono talvolta contaminarsi.

Non servono né ingenuità né cacce alle streghe

Qui l’Europa deve evitare due errori opposti.

Il primo è la rimozione.

Pensare che parlare di radicalizzazione jihadista significhi automaticamente essere ostili ai musulmani. Non è così. Uno Stato democratico ha il dovere di sorvegliare chiunque predichi o prepari violenza politica o religiosa.

Il secondo errore è ancora più pericoloso: trasformare un problema di sicurezza in un processo collettivo contro una religione.

Un musulmano che studia, lavora, cresce i propri figli e rispetta le leggi italiane non deve dimostrare quotidianamente di non essere un terrorista.

La sicurezza nazionale non si costruisce attraverso il sospetto etnico o religioso.

Si costruisce con intelligence.

Indagini.

Controllo del territorio.

Cooperazione internazionale.

Monitoraggio della propaganda terroristica online.

Prevenzione della radicalizzazione.

Collaborazione con famiglie, scuole e comunità locali.

E magistrati capaci di intervenire quando gli elementi investigativi lo consentono, mantenendo contemporaneamente intatte le garanzie dello Stato di diritto.

Nel 2024 la sola Polizia Postale lombarda riferiva che i siti sottoposti a monitoraggio erano passati da 8.026 nel 2023 a 41.259 nel 2024; l’attività riguardava non soltanto il terrorismo di matrice islamista, ma anche estremismi di destra e di sinistra.

È questa forse la fotografia più efficace della nuova epoca.

Il campo di battaglia non è soltanto una frontiera geografica.

È uno schermo.

E allora cosa è ciò che resta dell’allarme di Fallaci.

Forse allora la domanda interessante, venticinque anni dopo l’11 settembre, non è stabilire semplicemente se Oriana Fallaci “avesse ragione”.

La storia raramente concede assoluzioni così facili.

Fallaci individuò con straordinaria aggressività un conflitto che riteneva destinato a segnare l’Europa. Ma trasformò spesso la denuncia del fondamentalismo in un giudizio complessivo sull’Islam, ed è precisamente lì che la sua eredità continua a dividere. Ma nella anche estrema divisione per molti versi quello che raccontava si è realizzato.

Oggi possiamo permetterci una distinzione che non indebolisce la battaglia contro il terrorismo: la rende più precisa.

Il musulmano non è il nemico.

Il nemico è chi considera la propria fede, ideologia o identità un’autorizzazione a uccidere.

Il nemico è chi recluta un adolescente davanti a uno smartphone per poi trasformarlo in un potenziale terrorista.

Chi trasforma l’odio in appartenenza.

Chi insegna che morire assassinando innocenti significhi diventare martiri.

Chi indica un ebreo, un cristiano, un musulmano dissidente, un giornalista, un magistrato o semplicemente un cittadino come bersaglio da colpire.

E contro questo nemico una democrazia non deve né inginocchiarsi né rinunciare a essere democrazia.

Deve fare qualcosa di molto più difficile.

Guardarlo. Trovarlo. Fermarlo prima che colpisca. E continuare, nello stesso momento, a difendere la libertà di tutti gli altri.

Perché la vera vittoria del fanatismo arriverebbe il giorno in cui, per paura di chi odia la nostra società aperta, fossimo noi stessi a distruggerla per la paura di non guardare in faccia alla realtà e per non lottare con coraggio e senza paura contro l’Islam radicale.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.