La madre di Tommaso Menoncello, volto del rugby italiano, usa parole ancora più dirette. I bambini, dice, «hanno bisogno dei no». E racconta un bambino vivace, sempre in movimento, ma capace di rispettare le regole. Tommaso non sembrava inizialmente destinato a diventare un campione, i primi segnali arrivarono a quattordici anni. La famiglia ha continuato a seguirlo ovunque. La madre ha lasciato il lavoro da ragioniera per accompagnare lui e la sorella, che praticava pallavolo. Una famiglia semplice, un solo stipendio, le spese da affrontare. Quanto hanno pesato i sacrifici? «Mai visti - racconta la mamma - perché quando una famiglia condivide il percorso, ciò che da fuori viene letta come rinuncia per chi lo vive è vita familiare».
E dire che «nella squadra di Tommaso c’erano ragazzi assai promettenti, però poi saltavano l’allenamento per la festicciola di compleanno o per l’impegno del genitore, e con esso la partita. Di base, i genitori erano stanchi di accompagnare, e tutto
si è chiuso». Rinunciare all’ennesima festa di compleanno, a qualche uscita con gli amici e mantenere le lancette della sveglia sempre presto, fine settimana compresi, non significa levare ossigeno all’infanzia o all’adolescenza: è spostare il focus su qualcosa di valore che rimarrà nella vita. E che dà gioia a chi lo vive.
