Alle 16.30 di una domenica d’ottobre, querlla di ieri, a Milano, si può fare una cosa che di solito riesce solo ad agosto: attraversare il centro senza entrare in un negozio. Non per virtù. Perché sono chiusi. Serrande giù in corso Vittorio Emanuele, in San Babila, in piazza Duomo, a Cordusio, in Galleria, in via Torino, via Mazzini, via Orefici, ma anche in largo Cairoli dove è stato devastato e svaligiato il «Decathlon». La città dello shopping che abbassa la saracinesca a metà pomeriggio, come un paese di provincia all’ora di pranzo. Solo che qui non si mangia: si aspetta che passi la tempesta.
La tempesta ha un’età media che farebbe tenerezza se, aliena dalla politica, non odiasse forze dell’ordine e istituzioni come nemmeno certi adulti sanno fare. Nel primo pomeriggio in questura arriva la segnalazione: alla Rinascente e all’Apple Store di piazza Liberty ci sarebbero ragazzini che si coprono il volto e provano a rubare. La polizia li intercetta lungo il corso e ne chiude una cinquantina all’angolo con via San Paolo. Addosso a qualcuno troveranno petardi giganti e bengala, il kit completo della domenica. Qualcuno li accende comunque, giusto per far vedere che funzionano. Alle 16.45 dall’alto arriva una bottiglia di vetro sui caschi della Celere. Poco dopo una «Volante» viene circondata in via San Paolo, per qualche istante che a bordo deve essere sembrato lunghissimo.
Un signore con il cappotto buono si ferma sul marciapiede, guarda i caschi, il fumo dei bengala, le vetrine sbarrate, e ci mette tre parole per dire quello che i comunicati non diranno mai: «Sembra Caracas». Poi tira dritto verso San Babila, perché a Milano si commenta in fretta e si cammina sempre.
Ma il personaggio della giornata non indossa né un casco né un cappuccio. È un’avvocatessa che passa, vede il cordone e si ferma e resta lì per ore: sono tutti minorenni, hanno dei diritti insiste la donna. Nessuno lo nega, e la legge infatti li tutela parecchio. Viene solo da notare che la solidarietà arriva sempre dalla stessa parte del cordone. Per i diritti di chi ha preso la bottiglia in testa, di chi ha chiuso il negozio due ore prima per non ritrovarselo sfondato, di chi voleva soltanto fare due passi in centro, ieri non si è fermato nessuno. Il garantismo, in corso Vittorio, ha orari ridotti come i negozi.
Intanto la guerriglia si sposta come le vasche dello struscio: su e giù. In via Torino il Carrefour viene preso d’assalto, vetrine sfondate in Rinascente e in via della Moscova, via superalcolici e cibo. In piazza Affari altri ragazzi si travisano per raggiungere gli amici. In via Mazzini se ne radunano a centinaia. Dopo le 17.30 partono le cariche, e in zona Duomo, per la seconda sera di fila, lacrimogeni e idranti.
Il resto è logistica. In 160 vengono accompagnati in questura, due alla volta, con l’aiuto della Polizia locale, in un andirivieni che dura fino a sera: l’80 per cento sono minorenni, quasi tutti incensurati. Dopo l’identificazione, telefonata ai genitori, e a casa.
Il bilancio di sabato, del resto, era già da prima pagina: 72 accompagnati in via Fatebenefratelli, 17 arresti, 22 denunce, 104 agenti feriti e quasi un milione di euro tra danni e incassi persi. Ieri i commercianti hanno deciso di non aggiungere altro a quella cifra, e hanno chiuso. È la resa più ordinata e più milanese che si potesse immaginare: nessuna protesta, nessun cartello, solo una serranda abbassata alle 16.30. Oggi si riapre, si spazza, si conta. E si guarda il calendario per capire quando sarà la prossima domenica.
