Elon Reeve Musk, da Pretoria, ultima incarnazione dei sogni (o degli incubi) americani, con una passione per la Roma dei Silla e dei Gracchi, può avere anche molti difetti, ma bisogna riconoscere che si affanna a prendere il futuro e portarlo qui in questo squarcio di anni. L’automobile volante era sempre sul punto di arrivare. Era la sua natura: un domani che restava domani, una cambiale firmata dall’immaginario e rinnovata a ogni generazione. L’altra notte, nel deserto di McGregor, Texas, tra fumo e laser rossi, Musk ha lanciato una Roadster su una rampa d’acciaio, l’ha fatta avvitare in aria come un tuffatore e l’ha rimessa sulle ruote. A bordo non c’era nessuno. «A quanto pare il futuro sarà fatto di auto volanti», ha sussurrato compiaciuto e sarcastico. A quanto pare. Jules Verne, nel 1904, racconta la macchina volante come se fosse vera. Poi arrivano gli ingegneri, e con loro la cronaca. Glenn Curtiss nel 1917 presenta l’Autoplane, che saltella senza decollare davvero. Henry Ford nel 1940 profetizza che una combinazione di aeroplano e automobile sta arrivando. Nel 1949 Moulton Taylor costruisce l’Aerocar: le ali si staccano e si trainano come una roulotte.
Nel 1973 Henry Smolinski monta le ali di un Cessna su una Ford Pinto e la battezza Mizar. Durante un collaudo un attacco cede, l’auto precipita, lui muore. È la prima lezione: il cielo non perdona i compromessi.
La televisione, intanto, fa del sogno un elettrodomestico. Nel 1962 Hanna-Barbera manda in onda «I Pronipoti». George Jetson va in ufficio dentro una bolla di vetro che, a fine corsa, si ripiega in una valigetta. Il traffico è fra le nuvole, il capo urla come sempre, la moglie fa shopping volando. È il futuro come periferia americana sospesa: non l’eroe, ma l’impiegato. Il cinema cambia il colore del sogno. Nel 1982 Blade Runner immagina la Los Angeles del 2019: piove sempre, e gli spinner della polizia scivolano tra i grattacieli come uccelli da preda. L’auto volante non è più libertà, è sorveglianza. Tre anni dopo Ritorno al futuro rovescia di nuovo il tono: Doc Brown annuncia che dove stanno andando le strade non servono, e la DeLorean si alza verso un 2015 pieno di traffico aereo. Il 2015 è passato. Le strade servono ancora, e hanno pure le buche.
Peter Thiel ha riassunto la delusione di una generazione: volevamo le auto volanti, abbiamo avuto 140 caratteri.
È il rimprovero alla Silicon Valley, che ha smaterializzato il mondo senza spostare un atomo. Ma la scienza ha le sue ragioni. Far rotolare una tonnellata costa poco, tenerla sospesa costa moltissimo, in energia e in rumore. E il traffico diventerebbe tridimensionale: ogni distrazione una caduta, ogni tamponamento un incidente aereo sopra la testa di qualcuno. Per questo chi oggi ci prova parla di aerotaxi, non di automobili: piloti, corridoi, regole. Il cielo si può attraversare, ma non ci si parcheggia.
Si narra, quasi per leggenda, che Musk si sia ispirato a una automobile giocattolo, la Zero Gravity della linea Air Hogs: ventola sotto la scocca che aspira l’aria, minigonne laterali e carrozzeria leggera. È una lucertola e adesso può anche volare. Il futuro tocca immaginarlo. Lo sanno in America, lo sanno in Cina, qui in Europa lo stiamo ancora aspettando. Ci manca un pazzo visionario che vede l’impossibile.
