La storia di Anna Danesi, capitana delle azzurre della pallavolo, comincia con una parola chiave: occasione. A quattordici anni, arriva una chiamata dalla società Orago. «Facciamo un anno e vediamo», si dissero i coniugi Danesi. Anna viene osservata dagli scout, e decolla. Nessuno decide al posto suo. La madre lo ripete più volte: le scelte sono sempre state sue. I genitori hanno ascoltato, accompagnato, sostenuto. Il prezzo è stato altissimo, trecento chilometri nei fine settimana per portarla a casa (Brescia)
o accompagnarla alle partite. Ore in macchina, trasferte. La madre opta per un par-time per dedicarsi alle due figlie, anche la maggiore mostra interesse per la pallavolo. «Questa scelta mi ha penalizzato in termini di pensione, ma non mi interessa, ho cresciuto le mie figlie».
Anche questa storia restituisce, come le altre tre, un’idea simile dell’educazione: presenza senza invasione, regole senza ossessione, disciplina senza trasformare ogni giornata in una gara. E poi c’è il momento in cui arriva il primo grande successo, quello che, per qualche minuto, ripaga tutto.
Il talento non si fabbrica, ma si può imparare a riconoscerlo. E, soprattutto, a non rovinarlo. Le regole che aiutano a farlo non servono soltanto a crescere un campione. Possono aiutare qualsiasi bambino e ragazzo a diventare un adulto più solido e più libero.
