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Manifestazioni, sciopero e scontri, la protesta è costata quasi un miliardo di euro

La stima è stata fatta dalla CGIA di Mestre, secondo la quale “ogni sciopero ha un costo difficilmente quantificabile”

Alcuni manifestanti vengono identificati dalls polizia in piazza Albania, in zona Aventino a Roma, dopo che hanno tentato di superare lo sbarramento delle forze dell'ordine e avrebbero rifiutato di sciogliere la manifestazione non autorizzata, 30 ottobre 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Le manifestazioni del 30 ottobre lasciano dietro di sé, oltre agli scontri, anche danni economici notevoli, che sono stati calcolati dalla CGIA di Mestre. Secondo l’analisi dell’associazione degli artigiani di Mestre, la protesta indetta da alcune sigle sindacali autonome può essere costata al sistema Paese fino a 817 milioni di euro. Se si aggiungono anche i costi indiretti, verosimilmente la perdita potrebbe attestarsi attorno al miliardo di euro.

Dall’associazione viene evidenziato come “ogni sciopero ha un costo difficilmente quantificabile che va oltre la giornata di astensione dal lavoro e ricade su cittadini, imprese, conti pubblici e sugli stessi lavoratori”. Inoltre, “spesso basta l’effetto annuncio per condizionare il comportamento di molti utenti dei servizi pubblici che preferiscono stare a casa piuttosto che rischiare di rimanere intrappolati nel traffico, anche se poi i mezzi pubblici circolano regolarmente”. Le ricadute colpiscono direttamente la produzione perché, spiegano, “gli scioperi comportano per le imprese, in particolare per quelle pubbliche, una perdita di produttività; meno ore lavorate significano anche meno gettito sia fiscale che contributivo”. A questi fattori si aggiungono i disagi per la popolazione e, ricorda la CGIA, “in Italia il Servizio Sanitario Nazionale eroga ogni giorno 2,5 milioni di prestazioni, a questi disagi si aggiungono i costi di riprogrammazione e l’allungamento delle liste d’attesa, che pesano soprattutto sui pazienti più fragili”. Quando la logistica si ferma, “i container restano bloccati e gli approvvigionamenti slittano”, mentre la chiusura delle scuole costringe molti genitori a “chiedere un permesso per accudire i figli”.

Nei trasporti privi di corse garantite, chi lavora nel privato deve farsi carico di “spese collegate (carburante, parcheggio, ticket autostradale, etc.)” e “anche chi sciopera perde la retribuzione della giornata, circa 1/20 dello stipendio mensile e nella maggior parte dei CCNL per quel periodo non matura la tredicesima”. Tuttavia, dalla CGIA precisano “che molte attività che subiscono la cancellazione a causa di uno sciopero vengono comunque recuperate nei giorni successivi”. Di conseguenza “il ‘mancato output di una giornata’ e ‘la perdita permanente di valore aggiunto’ non sono la stessa cosa”. Calcolando un valore aggiunto giornaliero di circa 5,6 miliardi di euro per il 2026 e ipotizzando un’adesione media del 20%, la perdita in Lombardia toccherebbe un massimo di 193,6 milioni di euro, seguita dal Lazio con 94,3 milioni, il Veneto con 75,3, l’Emilia Romagna con 74,6 e il Piemonte con 60,2.

Lo sciopero, conclude la CGIA, “è un diritto fondamentale, sancito dall’articolo 40 della Costituzione, e costituisce uno strumento essenziale con cui i lavoratori fanno sentire le proprie rivendicazioni. Nessuna analisi, e tanto meno questa, può metterne in discussione la legittimità né sminuirne il valore democratico e sociale di questo principio”. L’indagine nasce per “un’esigenza di conoscenza e non da un intento polemico”, evidenziando infine che “a sostenere il costo più immediato sono proprio coloro che scioperano: la retribuzione della giornata non lavorata viene infatti trattenuta, e rappresenta una rinuncia concreta, spesso non lieve, soprattutto per chi percepisce retribuzioni basse”.

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