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Attualità

Nel deserto segreto dove si combatte la guerra fredda dell’IA

Nel posto più inospitale della Terra si gioca la partita tra Cina e Stati Uniti per accaparrarsi il petrolio del Ventunesimo secolo

Deserto del Taklamakan
Deserto del Taklamakan

La linea rossa è in un puntino in mezzo a un mare di sabbia. Si chiama Taklamakan, il suo nome vuol dire «entri e non esci», è il deserto più inospitale della Terra, se mai ce ne fosse uno migliore. D’estate la temperatura è sui 45 gradi costanti, d’inverno scende a -20, in un anno cadono si e no 50 millimetri di pioggia, lo stesso quantitativo di uno dei nostri temporali estivi di una decina di minuti. È nella regione degli uiguri, il posto giusto per nascondere qualcosa che non si vuole far trovare. Eppure non può sfuggire a un satellite.

Il centro della nuova Guerra Fredda è lì, dove la Cina sta preparando la sfida per riappropriarsi della «madre patria» di Taiwan, sempre che ce ne sia bisogno. Perché la questione, poi, è questa: la partita contro l’America potrebbe anche finire in pareggio, e a perdere saremmo noi. Nel Taklamakan Pechino ha costruito un esercito fotocopia, buono per prendere la mira contro la potenza avversaria: fotografie pubblicate dal Telegraph mostrano le repliche perfette di alcune fregate della classe Arleigh Burke, a 2700 chilometri di distanza dal mare. Riproduzioni con tutti i componenti tecnici, così come lo è quella di una batteria di F-22 (4 dei quali distrutti in prove di guerra) composta da 10 aerei e piazzata vicina a degli F-16 e F-22. E così com’è perfetto nel deserto dei Gobi il mock up della base navale giapponese di Yokosuka, da dove gli Stati Uniti partirebbero per la difesa dell’isola reclamata da Xi Jinping. Ma è solo un gioco, forse. O forse la politica del pugno sul tavolo che piace tanto anche a Donald Trump.

Usa e Cina stanno costruendo il Nuovo Ordine Mondiale, bipolare nei modi ed anche nei rapporti. Dietro a tutto questo c’è il dominio economico, e quindi quello sull’intelligenza artificiale, il petrolio del Ventunesimo Secolo. Taiwan, si sa, è la capitale mondiale della produzione dei chip: produce circa il 90 per cento dei semiconduttori con transistor sotto i 10 nanometri, il 70 per cento di quelli globali a contratto. In un’area grande quanto la piccola Olanda ci si gioca la ricchezza mondiale, e

quindi si può andare d’accordo oppure mettersi a litigare. Per Xi e Trump si spera - è meglio la prima opzione, di sicuro c’è stavolta l’Europa non ha un porto sicuro, e i segnali sono evidenti: è di pochi giorni fa la notizia che Varta AG, la società tedesca specializzata in microbatterie e sistemi di accumulo, ha dichiarato lo stato di insolvenza dopo aver perso il contratto con Apple a favore di una società cinese. Ovvero: la prima azienda americana per capitalizzazione in Borsa ha spostato la produzione in casa dei rivali, nonostante gli strali della Casa Bianca nei confronti della politica espansionistica del Dragone. Che, in effetti, grazie alla sua produzione di IA a basso costo ha già allungato la mano sull’Africa.

Washington e Pechino, insomma, non stanno solo gareggiando per chi ha il modello di IA più potente. Stanno costruendo due universi tecnologici paralleli, che obbligheranno governi, aziende e cittadini a scegliere da quale parte stare. È la «grande divisione» descritta in un recente rapporto del BCG Institute, un think tank strategico dedicato a business, tecnologia e scienza. Da un lato c’è la strategia americana di investimenti miliardari su start up e data center, con l’effetto collaterale che in dieci anni la richiesta energetica del Paese sarà 5 volte quella attuale. La Cina punta invece sull’adozione di massa dell’intelligenza artificiale attraverso efficienza dei costi e autonomia tecnologica. Da una parte c’è là un ecosistema integrato di laboratori, progettisti di chip, fornitori di servizi cloud e di capitale che dal 2024 ad oggi ha già prodotto accordi per oltre 1.500 miliardi di dollari; dall’altra, dopo il lancio di DeepSeek R1 nel gennaio 2025, c’è stato il consolidamento di un ecosistema di società (Alibaba, ByteDance, Xiaomi, tra gli altri) che sviluppano modelli efficienti e di basso costo. Kimi K2.6 di Moonshot (dichiaratamente open source) viaggia a 1,71 dollari per milione di token, contro gli 11,25 dollari di GPT-5.5. E in tutto questo la Cina ha già installato il 54 per cento dei robot industriali nel mondo e punta a superare gli Usa per densità robotica entro il 2030.

Il risultato è una biforcazione

che non riguarda solo i modelli di linguaggio o i chatbot, ma l’intera catena del valore: dai chip ai data center, dal cloud alle applicazioni, fino alle regole di governance e sicurezza che li governano. Per le aziende la finestra per «mescolare» componenti americani e cinesi si sta chiudendo. Per i Paesi terzi la pressione per allinearsi a uno dei due blocchi è destinata a crescere: l’India ha già scelto di affidarsi ad Anthropic, il Giappone ha investito in OpenAI, i Paesi arabi stanno cercando di attirare intelligenze (umane) dall’Occidente per sviluppare una tecnologia fai-da-te. Resta da capire cosa voglia fare l’Europa: fin qui l’UE ha sostenuto il suo principale sviluppatore (Mistral), cercando di garantire una capacità di calcolo sovrana. Il problema è che, nonostante i progressi, il divario resta ampio: all’inizio del 2026 il fatturato, la valutazione e il capitale totale raccolto di Mistral si attestavano ciascuno intorno al 2 per cento di quelli di OpenAI. E già si prevede che la spesa in conto capitale dei fornitori Usa quest’anno sarà più di tre volte superiore al programma pluriennale InvestAI del nostro continente, che prevede una spesa di 200 miliardi di euro per la realizzazione entro il 2027 di 19 AI Factory, supercomputer condivisi ottimizzati per l’IA con servizi di supporto aggiuntivi. È qualcosa che si muove, ma non basta: l’Europa potrebbe diventare anche un polo per altri Paesi con obiettivi simili, alla ricerca di un’alternativa alle infrastrutture statunitensi e cinesi ma privi delle risorse necessarie per svilupparne una autonomamente. La recente fusione da 20 miliardi di dollari tra Cohere e Aleph Alpha, i principali laboratori di IA aziendale di Canada e Germania, è un primo passo. Però mentre Usa e Cina si dividono il futuro senza escludere colpi bassi, c’è da accelerare investimenti e decisioni. Prima di trovarsi in mezzo a una traversata nel deserto.

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