Negli anni Cinquanta, a Ivrea, Adriano Olivetti assumeva poeti, sociologi e scrittori. Non lo faceva per vezzo. Era convinto che una fabbrica funzionasse meglio se dentro c’era qualcuno capace di pensare oltre il prodotto. Il piano che il ministero della Cultura ha intitolato a lui riparte da qui: le idee e i soldi non bastano se mancano le persone che sanno farle camminare.
Il tema sarà al centro del seminario «Competenze e formazione per il Piano Olivetti per la Cultura», in programma giovedì 15 ottobre dalle 11 alle 12.30 al Real Collegio di Lucca, dentro la XXII edizione di LuBeC, Lucca Beni Culturali. Lo promuovono la Fondazione Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali e il ministero.
«Le competenze non sono una fase successiva all’elaborazione delle politiche culturali, ma una condizione essenziale per la loro attuazione», dice il direttore generale del Piano, Stefano Lanna. Il Piano chiede di guardare ai bisogni dei territori, di costruire reti invece di interventi isolati e di trattare l’accessibilità, la partecipazione e la rigenerazione come parti strutturali delle politiche pubbliche. «Per realizzare questi obiettivi non bastano le risorse economiche», spiega Lanna. «Servono professionalità in grado di costruire partenariati, gestire processi complessi, utilizzare i dati, valutare i risultati e accompagnare le trasformazioni, comprese quelle legate all’innovazione digitale e all’intelligenza artificiale».
L’idea è cambiare il modo stesso di intendere la formazione. Non più un catalogo di corsi, ma un lavoro che parte da quello che serve davvero. «La domanda da porsi non è soltanto quali corsi offrire, ma quali competenze siano necessarie per realizzare gli obiettivi del Piano», osserva il direttore generale. La formazione funziona quando, oltre alle nozioni, lascia «strumenti di progettazione, relazioni professionali e una maggiore capacità di lavorare insieme».
Il nodo vero sta nei piccoli comuni, nei borghi, nelle aree interne. È lì che l’Italia custodisce una parte enorme del suo patrimonio, ed è lì che mancano più spesso gli uffici, le persone e il tempo per trasformare un bando in un progetto che duri. Rafforzare le competenze, in questi posti, significa dare accesso alle opportunità culturali, non far morire i progetti alla seconda stagione e accorciare la distanza tra chi ha e chi non ha.
I numeri del primo anno raccontano una domanda che esiste. La ricognizione della direzione generale ha individuato circa 180 progetti riconducibili agli obiettivi del Piano: rigenerazione culturale, accessibilità, biblioteche, archivi, digitalizzazione, educazione. Al Premio Olivetti per l’accessibilità sono arrivate 680 candidature, e molte amministrazioni hanno chiesto un confronto sui propri progetti. «Esiste una domanda significativa di accompagnamento, competenze e strumenti di valutazione», commenta Lanna.
Resta il nome scelto, che non è una medaglia ma una promessa. «Il riferimento ad Adriano Olivetti resta attuale perché richiama una concezione dello sviluppo che non separa la crescita economica dalla qualità del lavoro, delle istituzioni e delle comunità», conclude il direttore generale. Il Piano sceglie anche come vuole essere giudicato: sulla capacità dei territori di governare il proprio futuro, «e non soltanto sul numero di persone coinvolte nelle attività formative».
