«C’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano» (Mt 21,33). Con questa straordinaria immagine Gesù cerca di ricordare a chi lo ascolta che noi non siamo i padroni della vita, ma al massimo degli affittuari a cui qualcun altro ha affidato, con fiducia, la cura di una vigna. So bene che questo fa innervosire parecchie persone, che invece vogliono difendere la radicale libertà di ogni essere umano. Ma noi, al massimo, possiamo toglierci la vita; nessuno di noi può darsela da solo. La vita la riceviamo, non nasce da una nostra decisione. San Paolo lo dice senza giri di parole: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1Cor 4,7). Questo però non diminuisce la nostra libertà, anzi ci ricorda che tutto ciò che rende la nostra vita veramente viva passa sempre attraverso l’esperienza del dono di qualcun altro. Nessuno può davvero bastare a se stesso. Lo scrisse già John Donne nelle sue Devozioni: «Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso». Quando si coltiva una vita spirituale, ci si accorge di questa immensa necessità di rimanere in relazione con tutto il resto del mondo e della vita. La vita spirituale è l’antidoto più potente al veleno dell’autosufficienza. Sentirsi dipendenti gli uni dagli altri non significa essere schiavi, ma comprendere che proprio ciò che ci rende bisognosi è il varco attraverso cui passa il meglio della vita. Non puoi abbracciarti da solo, non puoi amarti da solo, non puoi darti la vita da solo, non puoi darti la fede da solo, non puoi darti la gioia da solo, non puoi darti da solo la felicità. Tutte queste cose implicano sempre una relazione, un legame, un bisogno. Dante lo ha racchiuso in un solo verso: «E ‘n la sua volontade è nostra pace» (Par. III, 85). La pace non viene dal possedere tutto, ma dal sapersi custodi di ciò che ci è stato affidato. L’illusione di quegli affittuari che giocano a fare i padroni è pensare che, alla fine, comanderanno loro. Ma poi arriva quella che san Francesco chiamava «sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare», e ricorda a quegli affittuari che non erano i padroni, ma solo degli affittuari. Nel libro San Francesco prima del mito, scritto con Giuseppe Forlai, abbiamo provato a raccontare questo: un uomo che, prima di diventare un santino, ha dovuto imparare a restituire. Davanti al vescovo di Assisi si spogliò perfino delle vesti e le restituì a suo padre, Pietro di Bernardone. Non era disprezzo per la vita, ma la scoperta liberante che nulla gli apparteneva davvero. Per questo, infine, poté chiamare la morte sorella: chi ha già restituito tutto non ha più nulla da farsi strappare. Eppure proprio lì si apre la svolta: chi ha vissuto da custode e non da padrone scopre che il Signore della vigna non viene per cacciarlo, ma per donargli tutto.

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