Ci deve pure essere un motivo per il quale nessuno ci ha mai provato prima, ma questo inglese cocciuto se ne infischia sonoramente. Esamina la sterminata cartina geografica dispiegata sul tavolo, la scorre con l’indice e poi sorride soddisfatto: sì, lui parte, e se ne frega dei rischi.
Nessuno, si diceva, ha mai percorso a piedi l’intero corso del Rio delle Amazzoni, dalla sorgente andina alla foce atlantica. Ed Stafford, un ex capitano dell’esercito britannico riciclato in leader di spedizioni, lo scopre quasi per caso, googlando. E decide, con quella leggerezza un po’ incosciente che è il marchio di fabbrica di ogni grande avventura, che sarà proprio lui a farlo. Ad aprire una via fino a quel momento inedita.
La preparazione, a guardarla bene, è tutt’altro che quella di un professionista del genere. Stafford non conosce l’Amazzonia: la sua esperienza di giungla viene dal Centroamerica e da qualche puntata in Borneo. Aveva pensato al kayak, come altri prima di lui - ci sono state almeno sei spedizioni lungo il fiume, tutte in barca - ma si scopre “un pessimo canoista”, cresciuto sui placidi canali inglesi con lo scoutismo, un’esperienza che lo ha “scoraggiato per tutta la vita”, confessa. Resta dunque un’opzione soltanto, che poi sarebbe anche la più folle: camminare. Seimilasettecentosessanta chilometri di foresta, paludi, fiumi da guadare, territori senza sentieri. Tutti da percorrere con la sola spinta delle proprie gambe.
Parte il 2 aprile 2008 dal monte Mismi, in Perù, insieme ad un amico, britannico anche lui. La giungla, però, non fa sconti a nessuno, e dopo tre mesi il suo sodale getta la spugna: bastano e avanzano, novanta giorni di quella fatica, per capire che l’eroismo, visto da vicino, somiglia troppo alla sofferenza pura. Stafford allora prosegue da solo, accompagnato di volta in volta da centinaia di guide locali che si alternano lungo il cammino, finché non incontra Gadiel “Cho” Sánchez Rivera, operaio forestale peruviano di 31 anni, che decide di restargli a fianco fino all’oceano.
Gli ostacoli si susseguono con una regolarità atterrente. C’è la cosiddetta Zona Rossa del Perù, tristemente nota per narcotraffico e terrorismo, dove i due vengono fermati a mano armata e scambiati per trafficanti, quando non per assassini. Dalle acque torbide dell’immenso fiume spuntano caimani lunghi cinque metri e mezzo e anaconde gigantesche. Sulle sponde, appesi tra le fronde, stanno in agguato costante i giagiuari, mentre se ti addentri nella foresta dovrai fare i conti con ragni velenosi, sciami di insetti, serpenti.
Un giorno il Gps si rompe lasciandolo senza riferimenti e Stafford è costretto a vagare a lungo a caso, nutrendosi di quel che trova, come le tartarughe. Nel frattempo deve vedersela persino con un tafano che deposita le uova sotto la pelle del suo cranio, costringendolo a conviverci per settimane. A settembre 2008 una comunità indigena cattura lui e il suo compagno: se la cavano a suon di pazienza e di pesce piranha condiviso. Nei giorni più duri la progressione si riduce a sei o sette chilometri: la densità della foresta peruviana non concede scorciatoie.
Ed è qui, in mezzo a questa geografia ostile, che l’inglese sceglie comunque di non mollare. Trascorrendoci in tutto 859 giorni, oltre due anni e quattro mesi, anche se l’unico orologio disponibile pare essere quello del fiume.
Quando finalmente le acque calde dell’Atlantico gli bagnano le caviglie, sulla spiaggia di Crispim, nel nord del Brasile, Stafford non cammina più: corre, salta, abbraccia chiunque gli capiti a tiro. Poche ore prima era letteralmente crollato sul ciglio della strada, ad un passo dal traguardo. “È incredibile trovarsi qui!”, dichiara con il fiato ancora corto. E poi aggiunge la frase che riassume tutto il senso dell’impresa: “Questo dimostra che puoi fare qualsiasi cosa, anche quando la gente dice che non è possibile. Ho dimostrato che se vuoi fortemente qualcosa, la puoi ottenere”.
