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Aziende

Anche i nostri imprenditori finalmente sanno fare sistema

Bene la soluzione che mette insieme tutti da Arvedi fino a Marcegaglia

Il governo pensa a rendere l'Ilva sito di interesse strategico

Non capita spesso che il sistema Italia funzioni motivo per cui quando per una congiuntura astrale o per un moto di solidarietà collettiva avviene è giusto riconoscerlo. L’iniziativa presa da tutti i principali protagonisti della siderurgia nostrana di presentare un progetto alternativo a quello del gigante indiano Jindal per far ripartire e rilanciare gli impianti dell’ex-Ilva non interessati dall’area a caldo, cioè quelle strutture sul banco degli imputati per i danni ambientali, è una buona notizia per diverse ragioni. Intanto perché sotto la regia del presidente di Federacciai Antonio Gozzi ci sono proprio tutti: da Arvedi a Mercegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame e Lucchini. Una garanzia per la riuscita e la difesa dell’italianità del progetto in un contesto europeo. Quando si parla di affari è fuori luogo la retorica patriottica, ma il fatto che uno stabilimento storico possa tornare in mani italiane non può non essere considerato un dato positivo. Senza contare che i nostri imprenditori si assumono in toto le loro responsabilità non fosse altro perché i loro interessi sono concentrati in Italia, mentre indiani e cinesi devi andarli a cercare nel loro paese.

In secondo luogo, finalmente c’è all’orizzonte la soluzione di un problema trentennale in cui hanno fallito in molti e dove ci hanno lasciato le penne, in alcuni casi pure sul piano penale. Molti attori, mentre altri venendo dall’estero ci hanno speculato su. Insomma, il caso Ilva era diventato l’emblema dell’incapacità del nostro sistema di ripensarsi e di reinventarsi con il cambiare dei tempi. Una vicenda che ha fatto molte vittime, caratterizzata da un caos tecnico e giuridico che si è portato dietro lo spreco di un sacco di denaro pubblico. L’ex Ilva da risorsa indispensabile per la sopravvivenza di un pezzo del Paese si è trasformata nel corso dei decenni in un problema, un peso che diversi governi hanno tentato solo di accollare ad altri.

Ora una sentenza della Corte d’Appello di Milano, che ha imposto la bonifica dell’amianto e la riduzione delle emissioni di polveri sottili rendendo impossibile l’utilizzo dell’area a caldo, al di là del profilo fin troppo draconiano offre delle certezze: messi al bando gli impianti più nocivi chi investe ha la garanzia di non rischiare la galera, che non ci sarà un’esperienza Riva due. È la ragione per cui gli imprenditori italiani si sono fatti avanti pronti ad assumersi degli oneri, a differenza degli indiani che nella logica di chi pensa di fare un favore non sono disposti ad offrire più di un euro: atteggiamento che non dovrebbe contraddistinguere chi si propone sulla carta di tenere in piedi una realtà industriale complessa come l’Ilva. Tantopiù in prospettiva: mentre il gruppo indiano vuole investire solo un euro, il consorzio italiano già immagina di sostituire l’area a caldo con forni elettrici .

Ora bisognerà attendere la risposta del governo. Perché in fondo il sistema Italia purtroppo funziona più in economia, che non in politica. Su questo versante spesso i numeri, i conti, i piani debbono fare i conti con l’ideologia che spesso assume funzioni strumentali. È difficile però immaginare che rispetto ad una soluzione tutta italiana di un problema atavico (l’Ilva si può ritenere tale), la politica di ogni colore, sia a livello locale e nazionale, possa far prevalere un’ipotesi indiana o comunque straniera. C’è un limite a tutto, anche nel Belpaese.

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