Germania sempre più nel caos. Oltre 175mila lavoratori dell’industria automotive tedesca hanno partecipato alle azioni di protesta organizzate ieri dal sindacato Ig Metall in almeno 200 località. Al centro della mobilitazione, a cui ha aderito anche una delegazione del sindacato Fim-Cisl, la rabbia contro i tagli di occupati e le chiusure di impianti. Ai 100mila posti in meno in casa Volkswagen si aggiungono anche gli 8mila di Bmw nel mondo, i 13mila previsti da Bosch entro il 2030 e il blocco degli aumenti per gli straordinari decisi da Mercedes-Benz insieme agli incentivi per le uscite volontarie. All’origine della crisi del comparto ci sono l’effetto Cina e un Green Deal che ha messo in ginocchio il sistema automotive europeo. «Futuro invece di tagli drastici - La coesione è il nostro punto di forza», lo slogan della manifestazione.
«Ci rifiutiamo di assistere passivamente a una transizione ecologica e tecnologica che, se non adeguatamente governata, rischia di ferire a morte l’industria», le parole di Barbara Arsieni e Rocco Cutrì (Fim-Cisl), ad Hannover a sostegno dei colleghi. Anche in Italia è stata palesata la volontà di scendere in piazza, ma a Bruxelles. Ferma sul proposito è rimasta Mariarosa Baroni (Consorzio Ngv), mentre riflessioni sono in corso a Federauto (concessionari). In Italia, intanto, c’è preoccupazione per Ducati, controllata da Audi (Volkswagen), a cui il colosso tedesco potrebbe rinunciare. In proposito, nei giorni scorsi, la holding d’investimento Patritalia ha rinnovato l’offerta di 2,5 miliardi per Ducati. Proprio ieri il ministro Adolfo Urso si è incontrato con il ceo di Ducati, Claudio Domenicali, al quale ha ribadito che il governo «è pronto a utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per tutelare questo simbolo del Made in Italy». Con Urso c’era anche Emanuele Orsini (Confindustria): «Insieme a ministro e Regione faremo tutto ciò che serve per poter dare una mano a mantenere l’occupazione di 2mila persone». L’occasione ha dato lo spunto a Urso per lanciare l’ennesimo attacco agli Ets, definiti «un meccanismo infernale che penalizza le imprese e favorisce le speculazioni finanziarie». «L’Europa su questa cosa incassa circa 70 miliardi, di cui 14 vanno a finanziare la Commissione».
